domenica 10 dicembre 2017

Il Gelo, in musica


Nel "King Arthur" di Henry Purcell (1659-1695) re Artù si vede poco o niente; il testo, di John Dryden, è invece ricchissimo di situazioni e personaggi non usuali, oltre che di musica bella e piacevole. Qui a prendere la parola è nientemeno che il Gelo, lo Spirito del Freddo, evocato e sconfitto dall'Amore (Cupid). "Quale potere hai tu, che dal di sotto, contro la mia volontà e con lentezza, mi hai fatto alzare dal mio letto di neve perenne?"
"Riesco appena a muovermi" dice il Gelo, e riconosce la vittoria del dio più antico di tutti.
In musica, Purcell imita il gelo e i brividi di freddo; i lenti movimenti del Genio del Freddo sono chiaramente riconoscibili anche senza leggere il testo - sempre che ci sia un bravo cantante, s'intende, e anche un bravo direttore d'orchestra (non è sempre così, purtroppo). L'esecuzione che preferisco è quella del Deller Consort, il basso è Nigel Beavan (o forse Maurice Beavan)
PS: se vi sembra di aver già ascoltato questa musica, anche non conoscendo Purcell, probabilmente vi siete imbattuti in Michael Nyman, che ha arrangiato questa scena (e altre) senza avvertire che l'autore era in realtà un'altra persona.

(Robert Doisneau, 1960, New York)


4- atto terzo scena seconda -
THE FROST SCENE
Prelude
Osmond strikes the ground with his wand, the scene changes to a prospect of winter in frozen countries. Cupid descends.

CUPID

What ho! thou genius of this isle, what ho!
Liest thou asleep beneath those hills of snow?
Stretch out thy lazy limbs. Awake, awake!
And winter from thy furry mantle shake.


Prelude
Genius arises.

COLD GENIUS

What power art thou, who from below
Hast made me rise unwillingly and slow
From beds of everlasting snow?
See'st thou not how stiff and wondrous old,
Far unfit to bear the bitter cold,
I can scarcely move or draw my breath?
Let me, let me freeze again to death.
(Grant Wood, 1938)


CUPID

Thou doting fool forbear, forbear!
What dost thou mean by freezing here?
At Love's appearing,
All the sky clearing,
The stormy winds their fury spare.
Winter subduing,
And Spring renewing,
My beams create a more glorious year.
Thou doting fool, forbear, forbear!
What dost thou mean by freezing here?


COLD GENIUS

Great Love, I know thee now:
Eldest of the gods art thou.
Heav'n and earth by thee were made.
Human nature is thy creature,
Ev'rywhere thou art obey'd.

venerdì 8 dicembre 2017

Il segreto di Miss Doolittle


La mia amica Nela San che ho conosciuto anni fa visitando il suo bel  blog,  Gialli e geografie, giorni fa mi ha gentilmente spedito un libro di Gianni Clerici; il titolo, "Zoo", le sembrava in linea con i contenuti del cavallo di Brunilde e in grado dunque di alimentare il quadrupede blog mio e di Giuliano.
Ho trovato i racconti di Clerici vivaci, divertenti e ho preso atto che a essere oggetto di ironia è più che altro il bestiario umano
Tra le figure protagoniste dei racconti c'è Miss Doolittle, presidentessa degli Amici degli Animali , " una presidentessa ideale" dice Clerici," tanto che giungeva a sacrificare il bridge per dedicarsi ai suoi doveri". Miss Doolittle , quando non si occupava di animali o non giocava a tennis - era presidentessa anche del Club tenniste appassionate -, sostava in un piccolo cimitero che aveva ricavato " da un francobollo di terra, chiuso tra la Club House, il muro del palleggio e una siepe di cipressi. Li, " si ergevano alcune lapidi di legno, dipinte di bianco, quotidianamente ornate di fiori freschissimi, che accarezzavano le targhette dei cari estinti. Spesso in ginocchio, visitata da qualche lacrima, Miss Doolittle recitava versi di Ossian, scorrendo con uno sguardo rapito da una lapide all'altra. Una ce n'era di un pappagallo, dipinto su una sorta d'icona a vivi colori: " Uso a baciare sul labbro la sua padrona". 
Una di una cagna: " Che allevò due orfanelli insieme a due gattini".
Una semplice croce in legno, con la scritta " My baby", si ergeva sopra un praticello ben curato.
E c'erano poi i canarini " Cantori migliori del coro di Covent Garden", e la piccolissima lapide di un grillo: " Domestico come un micino, schiacciato dalla racchetta di un crudele ball-boy."
Fuori dal recinto campeggiava un cartello: "Vietato entrare"."

Venne la guerra; Miss Doolittle allestì un ospedale per gli animali feriti durante i bombardamenti ma anche il piccolo ricovero venne colpito e distrutto e Miss Doolittle morì di dolore.Non le sopravvisse neanche il piccolo cimitero; l'area in cui sorgeva rientrò nei piani di un ampliamento del Club e  la " mascella d'acciaio" di un bulldozer azzannò le croci di legno, i sepolcri del pappagallo e del grillo e inaspettatamente  rivelò cosa si celasse sotto la scritta " My baby", portando alla luce, in un solo istante, il segreto di Miss Doolittle... 


mercoledì 6 dicembre 2017

Due oche di Ostenda


Due oche di Ostenda,
in guanti e mutande,
pedalano in tandem
all'ombra dei dolmen
e in meno di un amen
imboccano un tunnel.

(Toti Scialoja, versi del senso perso)
(disegno di Frances Beem, 1913)

lunedì 4 dicembre 2017

The lake

Antony Hegarty, ora noto come Anonhi, è un artista inglese residente negli States, anni fa  lead singer della band Antony and the Johnson.  Il brano che me l'ha fatto conoscere  è The lakeIl testo  della composizione è una rielaborazione di una poesia di Edgar Allan Poe. 

Il lago di Poe e di Antony, sebbene di notte generi inquietudine, se non vero e proprio orrore,  rimane un luogo caro, dove il pensiero e l'immaginazione possono riposare, leopardianamente annegare, e una vita tormentata  trovare uno stato di quiete...

sabato 2 dicembre 2017

I simboli degli Apostoli


Matteo comincia a scrivere come di un uomo, Marco inizia dalla profezia di Malachia e da Isaia: il leone. Luca dal sacerdozio di Zaccaria: il toro. Giovanni parte dal Verbo, quindi vola alto come un'aquila. 
Matteo dalla genealogia; il toro per il sacerdozio cioè i sacrifici a Dio; il leone è la voce che grida nel deserto. Viene da San Gerolamo, contra jovinarum. (20.5.1999)



In Babilonia, Ezechiele vide in una visione quattro animali o angeli, «e avevano ciascuno quattro facce, e quattro ali » e «quanto alla sembianza delle loro facce, tutti e quattro avevano una faccia d’uomo, e una faccia di leone, a destra; e parimente tutti e quattro avevano una faccia di bue, e una faccia d’aquila, a sinistra». Camminavano dove li portava lo spirito, «ciascuno diritto davanti alla sua faccia», o alle sue quattro facce, talvolta crescendo magicamente nelle quattro direzioni. Quattro ruote «alte spaventevolmente» seguivano gli angeli, ed erano gremite d’occhi tutt'intorno

giovedì 30 novembre 2017

l'ora incerta



dipinto di Lucien Levy-Dhurmer



La sola ora poetica, al Liviano, era il tardo pomeriggio, in autunno o in inverno, quando fuori era già buio. 
Terminavano le ultime lezioni, le piccole filologie slave, c'era poca gente che sostava qua e là, un senso di rumori attutiti e luci soffici; si formava un'ora vuota, incerta, interessante. Si guardavano le compagne con altri occhi, i loro nomi si mettevano a splendere.


Luigi Meneghello, Fiori italiani, ed.Rizzoli 





martedì 28 novembre 2017

Voci nella notte


Il vecchio parroco di Huskirchen, Kolb, conversava a bassa voce con le sue parrocchiane, la vedova Wermelskirchen, che era la più giovane, e la suocera di Gruhl, una vedova Leuffen nata Leuffen, più attempata. I tre stavano dibattendo su un tema che non poteva interessare nessun altro dei presenti: quale fosse il cane che la notte prima aveva abbaiato a Huskirchen. La signora Wermelskirchen sosteneva che poteva essere stato solo “ Bello ", il cane da pastore di Grabel, quello della trattoria; invece la signora Leuffen puntava su “ Nora ”, barbone dei Berghausen, mentre il parroco sosteneva tenacemente la tesi che era stato “ Pitt ”, il collie di Leuffen il carrozziere; fece bonariamente notare che a causa dell’età passava qualche notte insonne sicché riconosceva tutti i cani di Huskirchen da come abbaiavano: “ Pitt ”, per esempio, il collie del carrozziere Leuffen, era una bestia molto intelligente e sensibile, sempre attenta, entrava in azione al minimo fruscio; incominciava ad abbaiare perfino quando lui, il parroco, qualche volta in piena notte apriva la finestra per far uscire il fumo del tabacco. “ Bello ” invece, il cane da pastore dei Grabel, non si svegliava nemmeno quando lui, come spesso capitava, faceva una passeggiata notturna per prendere un po’ d’aria fresca, attraverso “ il suo paese addormentato ”, dalla parrocchia fino al tiglio e sempre lo stesso tratto, avanti e indietro. Quanto al barboncino dei Berghausen, quello era troppo pauroso per abbaiare anche ammesso che si svegliasse.

domenica 26 novembre 2017

Paul Auster, 4321




Combinare lo strano con il familiare: a questo ambiva Ferguson, , osservare il mondo da vicino come il realista più coscienzioso creando però un modo di vedere il mondo con un'ottica diversa, lievemente distorta, perché a leggere i libri che si soffermavano solo su ciò che è familiare imparavi cose che già conoscevi, e a leggere libri che si soffermavano solo su ciò che era strano imparavi cose che non avevi bisogno di conoscere, invece Ferguson desiderava più di tutto scrivere storie che dessero spazio non solo al mondo visibile degli esseri senzienti e degli oggetti inanimati ma anche alle vaste e misteriose forze inosservate che si celavano dentro quel mondo. Voleva disturbare e disorientare, far ridere a crepapelle o tremare di paura, spezzare i cuori e sabotare le menti e far ballare la danza demenziale dei ragazzi lanciati nel loro duetto tra sosia. Sì, Tolstoy era così commovente, Flaubert scriveva le più belle frasi del creato, ma per quanto gli piacesse seguire le svolte drammatiche e sempre più drastiche della vita di Anna K. ed Emma B., in quel momento della sua vita i personaggi che gli parlavano con più forza erano il K. di Kafka, Gulliver di Swift, Pym di Poe, Prospero di Shakespeare, Bartleby di Melville, Kovalèv di Gogol e il mostro di Mary Shelley.

(...)

Hemingway gli insegnò a guardare le sue frasi con più attenzione, a misurare il peso di ogni parola e sillaba  che entravano nella costruzione di un capoverso, ma per quanto mirabile fosse la scrittura di Hemingway quando era al meglio, le sue opere non gli dicevano granché, tutto quello sfoggio di virilità e lo stoicismo a denti stretti gli sembravano un tantino ridicoli, così lasciò perdere Hemingway per il più profondo e impegnativo Joyce, e poi, quando compì sedici anni, ricevette un altro pacco di tascabili da zio Don, tra cui i libri di Isaac Babel,, sconosciuto fino ad allora, che diventò subito il suo autore di racconti numero uno, e di Heinrich von Kleist ( ...) che diventò subito il suo autore di racconti numero due, ma ancor più utile per lui, per non dire preziosa e fondamentale, fu l'edizione Signer a quarantacinque centesimi di Walden e Disobbedienza civile che trovò posto sullo scaffale tra la narrativa e la poesia perché, pur non essendo un autore di romanzi o di racconti, Thoreau era un autore sublime per chiarezza e precisione, costruiva frasi di una tale bellezza che Ferguson quella bellezza la sentiva come uno sente un pugno al mento o la febbre nel cervello. (...) in ogni capoverso che  scriveva Thoreau combinava due impulsi opposti e inconciliabili che Ferguson definì l'impulso a controllare e l'impulso a rischiare. Era quello il segreto per lui. Il controllo da solo avrebbe prodotto risultati asfittici, soffocanti. Il rischio da solo avrebbe prodotto caos e incomprensibilità. (...)
Ma Thourea non era solo lo stile. Era il bisogno selvaggio di essere se stessi, solo e unicamente se stessi (...), un animo testardo che affascinava il sempre più testardo Ferguson, l'adolescente Ferguson...

Paul Auster, 4321, Torino, Einaudi, 2017, pp.495-497
traduzione di Cristiana Mennella


venerdì 24 novembre 2017

Who has Seen the Wind?




disegno di Leonardo da Vinci
Il vento è stato la mia ninna nanna: non le impetuose correnti d'aria che soffiavano dall'Appennino su Firenze, incuneandosi dietro il Monte Ceceri, dal quale Leonardo da Vinci gettava quel malcapitato del suo servo dopo averlo imbracato con inefficaci ali artificiali ( il vento lo portava su e lo schiantava poi al suolo, come un Icaro spennato ), ma una vezzosa poesiola, Who has Seen the Wind? ( 1962 ), della preraffaellita Christina Rossetti ( 1830-1894 ), che la mamma ci recitava, in inglese, come una filastrocca, per farci addormentare:






Chi ha visto il vento?
né io né te;
ma quando le foglie tremano
è il vento che le attraversa

Chi ha visto il vento?
né tu né io;
ma quando gli albero piegano la testa
è il vento che passa

(...)



un clic qui
Il vento è l'esito di moti convettivi ( verticali ) e adduttivi ( orizzontali ) di masse d'aria in atmosfera. L'intensità del vento aumenta in media con la quota, per via della diminuizione dell'attrito con la superficie terrestre e la mancanza di ostacoli fisici ( vegetazione, edifici, rilievi e montagne ).
(...)
Nella Terra del Fuoco il vento soffia costantemente tutto l'anno: in quei rari momenti in cui si calma, la gente impazzisce.


Francesco M. Cataluccio, L'ambaradam delle quisquiglie,  ed. Sellerio

martedì 21 novembre 2017

Quando i cavalli avevano le ali


un clic qui per l'ascolto
 ( a circa 15 minuti dall'inizio del film )


In seguito, Kathy Bates non avrebbe fatto la cantante ma l'attrice (attrice famosa, molto brava e molto ben riconoscibile ancora oggi); ascoltandola in "Taking off" di Milos Forman un po' dispiace che non abbia continuato come cantautrice, la canzone è bella e l'interprete è ottima.









I was born into a world full of angels and kings
And there was some place to grow and someone to be
And even in the darkest of storms you knew that the sun was still there
And even the horses had wings...
It was that special kind of world with its heart set on laughter
And a star was meant to be touched and a dream to be after
And at the end of each day was the wonder of each night
And even the horses had wings...
That was the world that I knew as a child
And it can't be me that's changed, it's got to be the world
And somehow we can mend it, we can make it as it was
We can make it like it was before
When even the horses had wings...
I'm dying in a world that will die before death
Because angels don't exist and kings never laugh
And I'm afraid I've forgotten I believe that there really was a world
Where even the horses had wings.
Here am I, alone now
And there was something that I meant to do
But it was so long ago that I really can't remember what it was...
...horses?


(sono nata in un mondo pieno di angeli e di re, e c'era qualche posto in cui crescere e qualche cosa da diventare, e anche nella tempesta più scura sapevi che il sole era sempre lì, e che anche i cavalli avevano le ali... Era quel mondo speciale sempre volto al sorriso, le stelle si potevano toccare e un sogno si poteva realizzare, e alla fine di ogni giorno c'era la meraviglia di ogni notte, e anche i cavalli avevano le ali... Quello era il mondo che conoscevo da bambina, e forse sono io che sono cambiata, forse è cambiato il mondo, e in qualche modo potremmo ripararlo, potremmo farlo com'era, potremmo farlo come era prima, quando anche i cavalli avevano le ali... Sto morendo in un mondo che morrà prima d'esser morto, perché gli angeli non esistono e i re non sorridono mai, e temo d'aver dimenticato che io credevo che ci fosse veramente un mondo dove anche i cavalli avevano le ali. Eccomi qui, ora, da sola, e c'era qualcosa che volevo fare, ma è stato tanto tempo fa e veramente non ricordo più che cos'era... cavalli?)

sabato 18 novembre 2017

Sirene romaniche


Al colmo della gloria Pio II Piccolomini, il papa senese, volle che una città ideale, Pienza, sostituisse il suo villaggio nativo di Corsignano. Nei palazzi e nel duomo di Pienza s'incarnò il nitore, l'ordine mentale per cui Georg Voigt nel 1859 doveva escogitare il nome di "umanesimo". Quelle architetture espongono il sogno di una Chiesa conciliata al paganesimo, alla cui testa un pontefice rivaleggi con il re filosofo vagheggiato da Platone. Non figura Platone tra le statue che gremiscono la facciata del duomo di Siena, nella cui navata non si è forse accolti dal "ritratto" di Ermete Trismegisto? Quanto remoto da tutto ciò parrebbe la vecchia barbarica Corsignano! Ne rimane intatto, sotto il colle di Pienza, celata nel verde, la pieve del secolo XI, sulla quale furono scolpite rudi grottesche, i cui intenti sembrano agli antipodi della soprastante serenità umanistica. Questa è tuttavia una falsa impressione.

giovedì 16 novembre 2017

madrigali


Il madrigale è un breve componimento solitamente destinato ad essere messo in musica. Si fa risalire la sua denominazione al termine matricalis per la grazia semplice e ingenua della composizione oppure a matrix ( chiesa madre, cattedrale ) dove si cantava la musica polifonica o ancora al provenzale mandra gal, ‘canto pastorale’ . E' Petrarca a canonizzarne la struttura, precedentemente invece molto varia. Nel Cinquecento lo schema cambia sostanzialmente ma il soggetto rimane di tipo idillico-amoroso almeno fino al secolo successivo, quando inizia a veicolare contenuti morali, religiosi, filosofici e persino satirici.

Il genere ha avuto una certa fortuna come dimostra la mia piccola selezione. Ho scelto madrigali in linea con i soggetti ricorrenti nel blog: c'è un faggio nel componimento di Petrarca, un'ape in quello, bellissimo, di Tasso, una stagione in quello di Giosuè Carducci, un pettiroso e un passero saputo in quello di Giovanni Pascoli, un lupo in quello di Attilio Bertolucci. C'è infine un video  per ascoltare il canto di una ninfa:-)


particolare di un dipinto di Vermeer



Perch’al viso d’Amor portava insegna,
mosse una pellegrina il mio cor vano,
ch’ogni altra mi parea d’onor men degna.

Et lei seguendo su per l’erbe verdi,
udí’ dir alta voce di lontano:
Ahi, quanti passi per la selva perdi!

Allor mi strinsi a l’ombra d’un bel faggio,
tutto pensoso; et rimirando intorno,
vidi assai periglioso il mio vïaggio;

et tornai indietro quasi a mezzo ’l giorno.


(Francesco Petrarca, RVF LIV )


martedì 14 novembre 2017

Cuculo e tarabuso


Il sole si era coricato, coprendosi di un broccato d'oro e di porpora, e dei lunghi nuvoli rossi e viola si stendevano sul cielo a custodire il suo riposo. Lontano, chissà dove, un tarabuso gridava come una vacca chiusa dentro la stalla, con una voce malinconica e sorda. Ogni primavera si udiva il grido di quest'uccello misterioso, ma nessuno sapeva come esso fosse né dove vivesse. In alto, sull'ospedale, fra gli arbusti dello stagno, fra i casolari e dappertutto nei campi, i rosignoli cantavano. Un cuculo contava l'età di qualcuno, si sbagliava nei suoi conti e ricominciava.

(Anton Cecov, Nella bassura, dai Racconti, editore Garzanti, due volumi)


un clic  qui

domenica 12 novembre 2017

Sotto i rami del vecchio noce


E l'appagamento che tale occupazione gli procurava era del tutto simile a quella che egli godeva quando, imbracciando il violino ( poichè suonava il violino )  andava su e giù per la sua stanza, e ascoltava i suoni  – che si studiava di trarre i più dolci possibile dallo strumento –  confondersi allo scroscio del getto d’acqua che giù nel giardino, sotto i rami del vecchio noce, saliva zampillando… Lo zampillo, il vecchio noce, il suo violino e il mare in lontananza -il mar Baltico del quale, nelle vacanze, poteva spiare i sogni estivi - queste erano le cose che egli amava, che trovava subito intorno a sè, e tra esse si svolgeva la sua intima vita. 


Karl Schmidt-Rottluff , Mar Baltico
Thomas Mann, Tonio Kröger









p.s.
che musica assocereste al passo di Thomas Mann?

                                                                                                                                                        

venerdì 10 novembre 2017

Mein lieber Schwan

Accusata ingiustamente di stregoneria, Elsa di Brabante ha una sola possibilità di salvezza: che un cavaliere da lei scelto si offra di combattere per lei contro il suo accusatore. E qui succede qualcosa di straordinario: Elsa invoca in sua difesa un cavaliere che ha visto in sogno, e il cavaliere arriva. Giunge su una navicella trainata da un cigno, vincerà la sfida, non dirà il suo nome e chiederà a Elsa di non domandargli mai chi è e da dove viene.
Le prime parole di Lohengrin sono però di ringraziamento per il cigno, che - si scoprirà solo alla fine - è il fratello di Elsa, vittima di un sortilegio da parte delle stesse persone che la accusano. La trasformazione in cigno, o in corvo, dei fratelli di una ragazza è tema ricorrente nelle fiabe di tutti i paesi (per esempio nei Grimm, ma anche nelle Fiabe italiane raccolte da Italo Calvino); il tema dell'amato misterioso a cui non si deve domandare il nome è ispirato al mito di Eros e Psiche. Richard Wagner, autore anche del testo, ha collegato con grande abilità narrativa questi due temi fiabeschi e mitologici con il mito del Graal (Lohengrin è figlio di Parsifal).



(il disegno è firmato Gemi)

Questo è il testo originale:

Nun sei bedankt, mein lieber Schwan!
Zieh durch die weite Flut zurück,
dahin, woher mich trug dein Kahn,
kehr wieder nur zu unsrem Glück!
Drun sei getreu dein Dienst getan!
Leb wohl, leb wohl, mein lieber Schwan!


che Manacorda traduce così:
Siano grazie a te, mio caro cigno!
Ritorna a traverso l'ampio flutto,
là onde mi portò la tua navicella.
Sia il tuo ritorno solo per il nostro bene!
Per il nostro bene il tuo servigio fedelmente adempi!
Addio, addio, mio caro cigno!


un clic qui o qui per l'ascolto


La versione ritmica italiana, ottocentesca e ancora molto in uso, è piuttosto goffa; si confonde il "merci" francese con il "mercè" italiano, e quindi sembra che Lohengrin chieda pietà al cigno: «Mercè, mercè, cigno gentil...» Non aggiungo altro perché nell'esecuzione di Aureliano Pertile le parole si capiscono tutte, ed è un Lohengrin sempre emozionante anche dopo così tanti anni. (Se non capite qualche parola, è tutta colpa dell'italiano aulico usato dal versificatore ottocentesco).

mercoledì 8 novembre 2017

Nudo come un bruco






Il  gusto per i libri era nato presto in lui. Fanciullo, un paggio lo trovava talvolta a mezzanotte ancora intento a leggere. Gli toglievano il candeliere, ed egli allevava delle lucciole per sostituirlo. Gli toglievano le lucciole, ed egli per poco non metteva a fuoco la casa con una esca. Per dirla in nuce, lasciando al novelliere la cura di spianare le infinite pieghe della seta delle anime, Orlando era un aristocratico malato d'amore per la letteratura. Parecchi contemporanei suoi, e più ancora parecchi del suo rango, sfuggirono a quella peste, rimanendo così liberi di correre la cavallina, scatenarsi o fare all'amore a piacimento loro. Ma alcuni si infettarono di buon'ora di  un germe che si diceva nato dal polline dell'asfodelo, e portato dai venti di Grecia o d'Italia; germe di  natura così fatale da far tremare la mano pronta a colpire, da velare l'occhio intento a mirare la preda, da far balbettare la lingua mentre profferiva parole d'amore. Era nella natura funesta di questo male il sostituire un fantasma alla realtà, cosicchè ad Orlando, ill quale tutto aveva in dono dalla fortuna - vasellame, lingeria, case, servitori, tappeti, letti a profusione- bastava aprire un libro perché tanto ben di Dio dileguasse in fumo. I nove acri di pietra che formavano la sua casa svanivano; sparivano i centocinquanta valletti: invisibilidiventavano gli ottanta palafreni; e troppo ci vorrebbe a enumerare i tappeti, i divani, i finimenti, le porcellane di Cina, le argenterie, le ampolle, gli scaldavivande e gli altri beni mobili, non di rado d'oro battuto, i quali, sotto l'influsso del miasma svaporavano come bruma sul mare. Dopo di che, Orlando rimaneva solo a leggere, nudo come un bruco.

Virginia Woolf, Orlando, ed. Mondadori
Traduzione di Alessandra Scalero

L'immagine è un fotogramma del film di Sally Potter, ispirato al romanzo della Woolf ( qui una sequenza )

lunedì 6 novembre 2017

Tyger, tyger, burning bright...


Tyger, tyger, burning bright
in the forests of the night,
what immortal hand or eye
could frame thy fearful symmetry?
(William Blake, the Tyger)


Questa di William Blake, a guardarla bene, soprattutto se si prende il ritmo giusto, è una conta: di quelle che si fanno da bambini per stabilire chi "sta sotto". Una volta che si è cominciato a leggerla così, in tono felicemente infantile, si va avanti con leggerezza quasi fino alla fine ma, poi, quel "fearful symmetry" rende d'improvviso tutto molto serio. Una simmetria che fa paura, troppo perfetta, spaventosa. (Succede anche per la vita, la vita su questa Terra: le molecole legate alla vita sono quasi tutte asimmetriche - ma è un discorso complicato, bisogna sapere un po' di chimica organica, e quindi posso solo consigliare di leggere Primo Levi, "L'asimmetria e la vita", Einaudi, scritti 1955-1987)



(tigre, tigre, che bruci e splendi / nella foresta della notte / quale immortale mano o occhio / ha potuto forgiare la tua spaventosa simmetria?) (Blake continua, questa è la prima di sei strofe; il disegno della tigre è suo)

sabato 4 novembre 2017

Quello che succede quando non succede nulla




Tutto comincia con un libro, diceva Cortázar e anche la mia scelta di venire qui, oggi, in questo bar, nasce da un libro. Il Café de la Marie in place Saint-Sulpice è famoso per quello, la gente ci va perché Georges Perec vi scrisse un classico del Novecento: il Tentativo di esaurimento di un luogo parigino. Come tutti i classici, anche questo libro si crede di conoscerlo senza averlo letto. Ne han parlato talmente tanti, e il titolo è così eloquente, che sembra inutile sobbarcarsi la fatica di leggerlo. La vulgata corrente lo spaccia per un semplice catalogo di cose e persone presenti in questa piazza del sesto arrondissement, steso in modo asettico dall'autore durante tre sedute di qualche ora ciascuna. Sfogliandolo distrattamente ci si può convincere che è proprio così, che non è altro che un monotono transito di piccioni, turisti, passanti e autobus. Pure il fatto che l'autore vivesse in via Linné suona come una conferma della natura tassonomica della sua opera, quasi fosse un predestinato. Che poteva scrivere, se non un catalogo, uno che abitava in quella strada?

(...)


George Perec


E invece  bastava aprirlo, e scorrere le prime righe, per scoprire che c'era molto di più. La sorpresa è dietro l'angolo, se si ha la pazienza di prestarvi attenzione.
     Perec esordisce così:


Ci sono molte cose a place Saint-Sulpice, ad esempio: il municipio, un ufficio del Ministero delle finanze, un commissariato, tre caffè....

e poco dopo sterza bruscamente avvertendo:


Molte, se non la maggioranza, di queste cose sono state descritte, inventariate, foografate, raccontate o segnalate. Il mio proposito nelle pagine che seguono è stato piuttosto di descrivere il resto: quello che generalmente non si nota, quello che non si osserva, quello che non ha importanza: quello che succede quando non succede nulla, se non lo scorrere del tempo, delle persone, delle auto, delle nuvole.


Poco più avanti s'annoia da solo, e comincia a descrivere ciò che esiste solo nella sua testa, e s'inventa che d'un tratto in piazza sfili un immaginario corteo di novantuno motociclisti che scortano la Rolls Royce verde mela dell'imperatore del Giappone. Anche la conclusione è meno scontata di quanto ci si possa aspettare. Sembra quasi che il tentativo denunci il proprio fallimento, e l'autore si arrenda all'eterna e inarrestabile mutevolezza del mondo, che non se ne sta mai fermo, come le modelle riottose dei pittori, mostrando infine il sagrato vuoto, i piccioni che si alzano in volo tutti insieme: come a dire: basta così.
  Ma il punto cruciale è nella frase che Perec scrisse all'inizio. Quello che succede quando non succede nulla.
Sergio Garufi
Ecco, se dovessi raccontare il mio periodo di convalescenza a Bevagna, da quando Stella se ne andò, dicendomi che voleva stare per conto suo, fino a fine agosto, quando firmai il rogito della casa e tornai a Roma,  dovrei ricorrere a quella frase, parlare appunto di ciò che succede quando non succede nulla. Gli incubi ricorrenti di morire soffocato. I risvegli senza più Tito da portare fuori. Le serrande abbassate. I cartelli di "Chiuso per ferie". I vicoli deserti e così stretti che nemmeno il sole di mezzogiorno riesce ad entrare. 
Il passaggio di una donna in piazza Silvestri. Due bambini che si rincorrono sul corso. Un piccione che plana per abbeverarsi. Il barista del Tropical che mi chiede di una rapina. Un turista che fotografa il rosone della chiesa. Un auto che parcheggia. I rintocchi delle campane. Le suore che raccolgono i pomodori. E ancora altri piccioni. E altri turisti. E il pensiero costante di Stella come un groppo in gola che non se ne va, un astro lontano anni luce, invisibile a occhio nudo, irraggiungibile, la mia Dafne.


Sergio Garufi, Il superlativo di amare, ed. Ponte alle Grazie


Qui un video in cui l'autore, Sergio Garufi,  parla del suo romanzo, Il superlativo d'amare