giovedì 16 novembre 2017

madrigali


Il madrigale è un breve componimento solitamente destinato ad essere messo in musica. Si fa risalire la sua denominazione al termine matricalis per la grazia semplice e ingenua della composizione oppure a matrix ( chiesa madre, cattedrale ) dove si cantava la musica polifonica o ancora al provenzale mandra gal, ‘canto pastorale’ . E' Petrarca a canonizzarne la struttura, precedentemente invece molto varia. Nel Cinquecento lo schema cambia sostanzialmente ma il soggetto rimane di tipo idillico-amoroso almeno fino al secolo successivo, quando inizia a veicolare contenuti morali, religiosi, filosofici e persino satirici.

Il genere ha avuto una certa fortuna come dimostra la mia piccola selezione. Ho scelto madrigali in linea con i soggetti ricorrenti nel blog: c'è un faggio nel componimento di Petrarca, un'ape in quello, bellissimo, di Tasso, una stagione in quello di Giosuè Carducci, un pettiroso e un passero saputo in quello di Giovanni Pascoli, un lupo in quello di Attilio Bertolucci. C'è infine un video  per ascoltare il canto di una ninfa:-)


particolare di un dipinto di Vermeer



Perch’al viso d’Amor portava insegna,
mosse una pellegrina il mio cor vano,
ch’ogni altra mi parea d’onor men degna.

Et lei seguendo su per l’erbe verdi,
udí’ dir alta voce di lontano:
Ahi, quanti passi per la selva perdi!

Allor mi strinsi a l’ombra d’un bel faggio,
tutto pensoso; et rimirando intorno,
vidi assai periglioso il mio vïaggio;

et tornai indietro quasi a mezzo ’l giorno.


(Francesco Petrarca, RVF LIV )


martedì 14 novembre 2017

Cuculo e tarabuso


Il sole si era coricato, coprendosi di un broccato d'oro e di porpora, e dei lunghi nuvoli rossi e viola si stendevano sul cielo a custodire il suo riposo. Lontano, chissà dove, un tarabuso gridava come una vacca chiusa dentro la stalla, con una voce malinconica e sorda. Ogni primavera si udiva il grido di quest'uccello misterioso, ma nessuno sapeva come esso fosse né dove vivesse. In alto, sull'ospedale, fra gli arbusti dello stagno, fra i casolari e dappertutto nei campi, i rosignoli cantavano. Un cuculo contava l'età di qualcuno, si sbagliava nei suoi conti e ricominciava.

(Anton Cecov, Nella bassura, dai Racconti, editore Garzanti, due volumi)


un clic  qui

domenica 12 novembre 2017

Sotto i rami del vecchio noce


E l'appagamento che tale occupazione gli procurava era del tutto simile a quella che egli godeva quando, imbracciando il violino ( poichè suonava il violino )  andava su e giù per la sua stanza, e ascoltava i suoni  – che si studiava di trarre i più dolci possibile dallo strumento –  confondersi allo scroscio del getto d’acqua che giù nel giardino, sotto i rami del vecchio noce, saliva zampillando… Lo zampillo, il vecchio noce, il suo violino e il mare in lontananza -il mar Baltico del quale, nelle vacanze, poteva spiare i sogni estivi - queste erano le cose che egli amava, che trovava subito intorno a sè, e tra esse si svolgeva la sua intima vita. 


Karl Schmidt-Rottluff , Mar Baltico
Thomas Mann, Tonio Kröger









p.s.
che musica assocereste al passo di Thomas Mann?

                                                                                                                                                        

venerdì 10 novembre 2017

Mein lieber Schwan

Accusata ingiustamente di stregoneria, Elsa di Brabante ha una sola possibilità di salvezza: che un cavaliere da lei scelto si offra di combattere per lei contro il suo accusatore. E qui succede qualcosa di straordinario: Elsa invoca in sua difesa un cavaliere che ha visto in sogno, e il cavaliere arriva. Giunge su una navicella trainata da un cigno, vincerà la sfida, non dirà il suo nome e chiederà a Elsa di non domandargli mai chi è e da dove viene.
Le prime parole di Lohengrin sono però di ringraziamento per il cigno, che - si scoprirà solo alla fine - è il fratello di Elsa, vittima di un sortilegio da parte delle stesse persone che la accusano. La trasformazione in cigno, o in corvo, dei fratelli di una ragazza è tema ricorrente nelle fiabe di tutti i paesi (per esempio nei Grimm, ma anche nelle Fiabe italiane raccolte da Italo Calvino); il tema dell'amato misterioso a cui non si deve domandare il nome è ispirato al mito di Eros e Psiche. Richard Wagner, autore anche del testo, ha collegato con grande abilità narrativa questi due temi fiabeschi e mitologici con il mito del Graal (Lohengrin è figlio di Parsifal).



(il disegno è firmato Gemi)

Questo è il testo originale:

Nun sei bedankt, mein lieber Schwan!
Zieh durch die weite Flut zurück,
dahin, woher mich trug dein Kahn,
kehr wieder nur zu unsrem Glück!
Drun sei getreu dein Dienst getan!
Leb wohl, leb wohl, mein lieber Schwan!


che Manacorda traduce così:
Siano grazie a te, mio caro cigno!
Ritorna a traverso l'ampio flutto,
là onde mi portò la tua navicella.
Sia il tuo ritorno solo per il nostro bene!
Per il nostro bene il tuo servigio fedelmente adempi!
Addio, addio, mio caro cigno!


un clic qui o qui per l'ascolto


La versione ritmica italiana, ottocentesca e ancora molto in uso, è piuttosto goffa; si confonde il "merci" francese con il "mercè" italiano, e quindi sembra che Lohengrin chieda pietà al cigno: «Mercè, mercè, cigno gentil...» Non aggiungo altro perché nell'esecuzione di Aureliano Pertile le parole si capiscono tutte, ed è un Lohengrin sempre emozionante anche dopo così tanti anni. (Se non capite qualche parola, è tutta colpa dell'italiano aulico usato dal versificatore ottocentesco).

mercoledì 8 novembre 2017

Nudo come un bruco






Il  gusto per i libri era nato presto in lui. Fanciullo, un paggio lo trovava talvolta a mezzanotte ancora intento a leggere. Gli toglievano il candeliere, ed egli allevava delle lucciole per sostituirlo. Gli toglievano le lucciole, ed egli per poco non metteva a fuoco la casa con una esca. Per dirla in nuce, lasciando al novelliere la cura di spianare le infinite pieghe della seta delle anime, Orlando era un aristocratico malato d'amore per la letteratura. Parecchi contemporanei suoi, e più ancora parecchi del suo rango, sfuggirono a quella peste, rimanendo così liberi di correre la cavallina, scatenarsi o fare all'amore a piacimento loro. Ma alcuni si infettarono di buon'ora di  un germe che si diceva nato dal polline dell'asfodelo, e portato dai venti di Grecia o d'Italia; germe di  natura così fatale da far tremare la mano pronta a colpire, da velare l'occhio intento a mirare la preda, da far balbettare la lingua mentre profferiva parole d'amore. Era nella natura funesta di questo male il sostituire un fantasma alla realtà, cosicchè ad Orlando, ill quale tutto aveva in dono dalla fortuna - vasellame, lingeria, case, servitori, tappeti, letti a profusione- bastava aprire un libro perché tanto ben di Dio dileguasse in fumo. I nove acri di pietra che formavano la sua casa svanivano; sparivano i centocinquanta valletti: invisibilidiventavano gli ottanta palafreni; e troppo ci vorrebbe a enumerare i tappeti, i divani, i finimenti, le porcellane di Cina, le argenterie, le ampolle, gli scaldavivande e gli altri beni mobili, non di rado d'oro battuto, i quali, sotto l'influsso del miasma svaporavano come bruma sul mare. Dopo di che, Orlando rimaneva solo a leggere, nudo come un bruco.

Virginia Woolf, Orlando, ed. Mondadori
Traduzione di Alessandra Scalero

L'immagine è un fotogramma del film di Sally Potter, ispirato al romanzo della Woolf ( qui una sequenza )

lunedì 6 novembre 2017

Tyger, tyger, burning bright...


Tyger, tyger, burning bright
in the forests of the night,
what immortal hand or eye
could frame thy fearful symmetry?
(William Blake, the Tyger)


Questa di William Blake, a guardarla bene, soprattutto se si prende il ritmo giusto, è una conta: di quelle che si fanno da bambini per stabilire chi "sta sotto". Una volta che si è cominciato a leggerla così, in tono felicemente infantile, si va avanti con leggerezza quasi fino alla fine ma, poi, quel "fearful symmetry" rende d'improvviso tutto molto serio. Una simmetria che fa paura, troppo perfetta, spaventosa. (Succede anche per la vita, la vita su questa Terra: le molecole legate alla vita sono quasi tutte asimmetriche - ma è un discorso complicato, bisogna sapere un po' di chimica organica, e quindi posso solo consigliare di leggere Primo Levi, "L'asimmetria e la vita", Einaudi, scritti 1955-1987)



(tigre, tigre, che bruci e splendi / nella foresta della notte / quale immortale mano o occhio / ha potuto forgiare la tua spaventosa simmetria?) (Blake continua, questa è la prima di sei strofe; il disegno della tigre è suo)

sabato 4 novembre 2017

Quello che succede quando non succede nulla




Tutto comincia con un libro, diceva Cortázar e anche la mia scelta di venire qui, oggi, in questo bar, nasce da un libro. Il Café de la Marie in place Saint-Sulpice è famoso per quello, la gente ci va perché Georges Perec vi scrisse un classico del Novecento: il Tentativo di esaurimento di un luogo parigino. Come tutti i classici, anche questo libro si crede di conoscerlo senza averlo letto. Ne han parlato talmente tanti, e il titolo è così eloquente, che sembra inutile sobbarcarsi la fatica di leggerlo. La vulgata corrente lo spaccia per un semplice catalogo di cose e persone presenti in questa piazza del sesto arrondissement, steso in modo asettico dall'autore durante tre sedute di qualche ora ciascuna. Sfogliandolo distrattamente ci si può convincere che è proprio così, che non è altro che un monotono transito di piccioni, turisti, passanti e autobus. Pure il fatto che l'autore vivesse in via Linné suona come una conferma della natura tassonomica della sua opera, quasi fosse un predestinato. Che poteva scrivere, se non un catalogo, uno che abitava in quella strada?

(...)


George Perec


E invece  bastava aprirlo, e scorrere le prime righe, per scoprire che c'era molto di più. La sorpresa è dietro l'angolo, se si ha la pazienza di prestarvi attenzione.
     Perec esordisce così:


Ci sono molte cose a place Saint-Sulpice, ad esempio: il municipio, un ufficio del Ministero delle finanze, un commissariato, tre caffè....

e poco dopo sterza bruscamente avvertendo:


Molte, se non la maggioranza, di queste cose sono state descritte, inventariate, foografate, raccontate o segnalate. Il mio proposito nelle pagine che seguono è stato piuttosto di descrivere il resto: quello che generalmente non si nota, quello che non si osserva, quello che non ha importanza: quello che succede quando non succede nulla, se non lo scorrere del tempo, delle persone, delle auto, delle nuvole.


Poco più avanti s'annoia da solo, e comincia a descrivere ciò che esiste solo nella sua testa, e s'inventa che d'un tratto in piazza sfili un immaginario corteo di novantuno motociclisti che scortano la Rolls Royce verde mela dell'imperatore del Giappone. Anche la conclusione è meno scontata di quanto ci si possa aspettare. Sembra quasi che il tentativo denunci il proprio fallimento, e l'autore si arrenda all'eterna e inarrestabile mutevolezza del mondo, che non se ne sta mai fermo, come le modelle riottose dei pittori, mostrando infine il sagrato vuoto, i piccioni che si alzano in volo tutti insieme: come a dire: basta così.
  Ma il punto cruciale è nella frase che Perec scrisse all'inizio. Quello che succede quando non succede nulla.
Sergio Garufi
Ecco, se dovessi raccontare il mio periodo di convalescenza a Bevagna, da quando Stella se ne andò, dicendomi che voleva stare per conto suo, fino a fine agosto, quando firmai il rogito della casa e tornai a Roma,  dovrei ricorrere a quella frase, parlare appunto di ciò che succede quando non succede nulla. Gli incubi ricorrenti di morire soffocato. I risvegli senza più Tito da portare fuori. Le serrande abbassate. I cartelli di "Chiuso per ferie". I vicoli deserti e così stretti che nemmeno il sole di mezzogiorno riesce ad entrare. 
Il passaggio di una donna in piazza Silvestri. Due bambini che si rincorrono sul corso. Un piccione che plana per abbeverarsi. Il barista del Tropical che mi chiede di una rapina. Un turista che fotografa il rosone della chiesa. Un auto che parcheggia. I rintocchi delle campane. Le suore che raccolgono i pomodori. E ancora altri piccioni. E altri turisti. E il pensiero costante di Stella come un groppo in gola che non se ne va, un astro lontano anni luce, invisibile a occhio nudo, irraggiungibile, la mia Dafne.


Sergio Garufi, Il superlativo di amare, ed. Ponte alle Grazie


Qui un video in cui l'autore, Sergio Garufi,  parla del suo romanzo, Il superlativo d'amare

giovedì 2 novembre 2017

un cavallo veloce


...Pensai piuttosto a quell’atroce racconto persiano dal titolo “Appuntamento a Samarcanda”. 
Nel giardino del re, la Morte appare a un servo. “Domani”, gli dice “ti vengo a prendere…” Allora il servo corre dal re e gli chiede il cavallo più veloce, per fuggire lontano: a Samarcanda. Arriva a Samarcanda, l’indomani, e la Morte è lì che lo aspetta. “Non è giusto”, grida il servo “non è leale”. “Perché?” risponde la Morte. “Sei fuggito senza farmi finire il discorso. Io ero in giardino per dire: domani ti vengo a prendere a Samarcanda." 

Oriana Fallaci, Il sole muore
foto di Josef Koudelka  ( qui )

martedì 31 ottobre 2017

La vipera di Cleopatra


( Artemisia Gentileschi )
Si dice che Cleopatra morì per il morso di una vipera, e fin qui ci si limita a prendere atto: se così è andata, non resta molto altro da dire. Però girando per i musei (va bene anche uno virtuale) qualche curiosità viene. Nelle rappresentazioni dei grandi pittori ci sono infatti tante Cleopatre diverse (come nella verità storica: quella di Giulio Cesare era Cleopatra VII, la settima), tante quante sono le diverse modelle, ma ci sono anche tante vipere diverse, enormi o minuscole.


Quale sarà dunque la vera vipera di Cleopatra? Provo a fare una piccola ricerca: in Europa c'è la "Vipera aspis", con molte sottospecie; il genere "vipera" esiste anche in Africa, e anche i crotali americani sono viperidi. In Egitto, nella zona desertica e in Arabia, vive "Cerastes vipera"; nel Sahara esistono anche "Bitis arietans" e "Macrovipera mauritanica". Variano anche le dimensioni: si va da 28 cm a 3,6 metri (ma solo in Sud e Centro America!). Difficile quindi stabilire con certezza che tipo di vipera abbia ucciso Cleopatra; non serve a molto nemmeno chiedere soccorso a William Shakespeare (Antonio e Cleopatra, atto V scena II) dove si parla solo di "serpente", un serpente qualsiasi però rapido e possibilmente indolore.



( Guido Cagnacci )




( Guido Reni )
( Michelangelo )

Alla fine della mia ricerca torno a guardare i quadri di Cleopatra e mi accorgo che, in fondo, non è che della vipera importi poi molto. I più espliciti sono soprattutto Guido Reni e Guido Cagnacci: nei loro dipinti la vipera è così piccola che quasi non si nota, una vipera neonata o di pochi giorni di vita, si direbbe. Reni ne dipinse almeno tre versioni (immagino che lo pagassero bene, per questo soggetto), sempre con la vipera quasi invisibile, e con la Cleopatra di Cagnacci Guido, bionda e nordica, la vipera è relegata in un angolo, piccolissima. Non è dunque la vipera quella che interessa, mi sembra ben chiaro, e io con le mie ricerche erpetologiche sono stato qui a perdere tempo e a farlo perdere anche a voi che mi avete letto fin qui. Ne chiedo scusa, ma del resto, si sa, come dissero i fratelli Goncourt: «Nessuno ascolta più fesserie di un quadro da museo». Per una volta, i quadri da museo sono salvi: le mie fesserie sono rimaste soltanto qui, sul blog.





domenica 29 ottobre 2017

In cerca degli unicorni


Robert Altman gira Images nel 1972; ne è protagonista Susannah York. Altman racconta che poco prima dell'inizio delle riprese la York si presentò piangendo da lui dicendo che non poteva lavorare nel film, perché era incinta. «Bene, - le rispose Altman - allora faremo in modo che anche la protagonista sia incinta.» Già che c'era, venuto a sapere che Susannah York stava scrivendo un libro sugli unicorni, fece in modo di inserire anche quel libro dentro il film. Ed è proprio con la voce di Susannah York che legge "In search of unicorns" che si apre il film, sui titoli di testa.


Susannah York
Alla ricerca dell'unicorno - un libro per ragazzi

Tutto a un tratto, una notte, venne la primavera; come se arrivasse correndo, dai più lontani confini della Terra. Subito cominciò a spargere su tutta l'Umbany la sua pioggia di colori. Riempì di uova i nidi degli uccelli, mentre le api ronzavano, i mammut trotterellavano felici, e i prati siuonavano di canti e di promesse d'amore.
Nel profondo della sua caverna, il re Ercole Biondabarba, signore degli Uni, si svegliò brontolando; si stirò pigramente e scese giù dal letto dal lato sbagliato. Avreste dovuto sentirlo, le sue imprecazioni raggiunsero il cielo...


Uln vide la figura di questa rara creatura, .... perfetta, con il collo arcuato ed un solo corno sottile. «Re Ercole! - gridò - Re Ercole, guarda, che cos'è?» Ercole si voltò a guardare. « Per il cielo, - esclamò - è un unicorno!» Uln tremava come una foglia, il suo viso divenne più bianco del manto dell'unicorno. (...)
Sette enormi farfalle le passarono ronzando proprio davanti al viso, e avevano gli occhi come stelle e le ali celesti e splendenti. Allora Ercole cominciò a tremare, perché sembrava che anche lui ronzasse, come le farfalle; come se una di esse gli fosse volata in gola.

venerdì 27 ottobre 2017

Animali

Animali

Pomeriggio novembrino d'aria tersa. Intervallo tra uno scroscio di pioggia e l'altro. Sei papere fanno anatring lasciandosi trasportare dall'impeto del torrente rigonfio. Con l'ombrello chiuso e ancora sgocciolante cammino al loro fianco nella stessa direzione e mi chiedo cosa faranno una volta arrivate a quel gradino laggiù, che origina una piccola rapida. Scemo d'un umano! Ovviamente si alzano in volo. Ovviamente si alzano in volo.
Non le vedo già più.

Nicola Pezzoli, Il bambino che sbagliava le parolacce, Irrenhaus 2


mercoledì 25 ottobre 2017

Fauna degli Stati Uniti

Lo Hidebehind sta sempre dietro. Per quanti giri un uomo faccia, quello gli sta sempre alle spalle; e per questo nessuno lo ha mai visto, sebbene abbia ucciso e divorato molti legnaioli.
Lo Axehandle Hound ha testa a forma d'ascia, corpo a forma di manico d'ascia, zampe rattrappite, e si nutre esclusivamente di manici d'ascia.
Goofus Bird è un uccello che costruisce il nido a rovescio e vola all'indietro, perché non gli importa del posto dove va, ma di quello da cui proviene.
Il Gillygaloo, che faceva il nido nelle scarpate laterali della famosa Pyramid Forty, deponeva uova quadrate affinché non rotolassero via perdendosi. I legnaioli cuocevano queste uova e le usavano come dadi.
(Fauna degli Stati Uniti, da "Manuale di zoologia fantastica" di Jorge Luis Borges, pag.72 ed.Einaudi 1991) (Wisconsin e Minnesota)



(Walt Disney, 1964)

lunedì 23 ottobre 2017

L'invenzione di Morel

( fonte )


Scomporre e ricomporre : è quello che fa la natura o un binomio di divinità capricciose, all'infinito ;
o che fa chi vuol scoprire i segreti di un meccanismo 
o  quello che ho fatto io per capire qualcosa de "L'invenzione di Morel", un romanzo del 1940 di Adolfo Bioy Casares, scrittore argentino legato  da un rapporto di amicizia e collaborazione al più noto connazionale J.L. Borges


Gli elementi in gioco non sono molti. 
C'è un'isola. Vi approda il protagonista, un uomo in fuga; sta cercando di sottrarsi all'ergastolo a cui è stato condannato. E' questo un primo elemento di cui tener conto.


 Approdando sull'isola, l'uomo si libera da qualcosa che lo avrebbe limitato, una prigione, uno spazio buio, chiuso (la caverna di Platone o, più semplicemente la materia, il corpo?). L'isola è un grande spazio aperto, bagnato dalla luce e dall'acqua (il mondo delle idee o un  paradiso?)


L'acqua è un elemento ricorrente nel romanzo; è la via attraverso cui l'uomo approda sull'isola; avvolge il protagonista che più volte al suo risveglio vi si ritrova immerso ( il grembo ? );
il suo movimento ciclico ( le maree ) costituisce l'energia propulsiva necessaria ad azionare l'invenzione di Morel;


l'acqua è in una delle tre costruzioni che stazionano solitarie sull'isola : una piscina, una cappella, un museo ( chiamato così, è in realtà una residenza ).
Il numero tre è ricorrente nel romanzo, così come il numero otto. Sono cifre che rimandano al trascendente, a ciò che supera la materia, all'infinito, all'eterno.
L'8 è il numero della resurrezione, della rinascita.  Ruotato di 90° è il simbolo dell'infinito.


Castel del Monte


Alla rinascita fanno pensare l'approdo sull'isola del protagonista, la presenza della piscina ( una fonte battesimale? ).
Al continuo ritorno rimandano le maree e il ripetersi di situazioni, di cui il protagonista è spettatore,  che hanno tutta l'apparenza della realtà e che costituiscono invece il prodotto di una invenzione, "l'invenzione di Morel", appunto.


Tra le "scene" ricorrenti a cui l'uomo assiste c'è quella di una donna, vestita in modo elegante ma antiquato, il cui incarnato ricorda quello di una zingara ( un riferimento ai tarocchi, al destino ? ), che  assorta, con un libro fra le mani,  guarda il tramonto, il termine del giorno. 
Il motivo  della fine  è presente nel romanzo tanto quanto quello dell'inizio. Per rinascere bisogna morire. L'immagine più forte in questo senso è quella della partenza degli "intrusi" dell'isola, ovvero delle  persone che figurano nelle scene realizzate da  Morel  attraverso il congegno che ha ideato; partono con una imbarcazione, consapevoli di andare incontro alla morte; ricordano il pallido carico di altri "legni" letterari, da Dante a Coleridge, a  Shiel.


Anche la morte è momento ineludibile, necessario per garantire l'eternità, la riproduzione del ciclo ( anche in senso cinematografico... ed è una riproduzione , questa, a cui il protagonista assiste ). 
Per non rovinare il piacere della lettura non dico altro. Aggiungo solo che, leggendo il romanzo, ho intravisto altre possibilità interpretative. Una di queste è suggerita dal binomio illusione/realtà : ciò che consideriamo concreto ha invece la sostanza dei sogni, delle visioni, visioni di qualcuno che, più in alto di noi,  ( ci ) sogna :  Morel?




p.s
Borges, parlando de l'invenzione di Morel, fornisce un  suggerimento:
"Bioy  rinnova letterariamente un' idea che Sant'Agostino e Origene confutarono, che Louis Auguste Blanqui ragionò e che Dante Gabriele Rossetti disse con musica memorabile:


Sono già stato qui,
ma quando o come non so dire:
conosco quest'erba davanti alla mia porta,
quel dolce intenso odore,
quel rumore sospirante, quelle luci attorno alla costa...  "








p.p.s.

Ci sarebbe anche un'altra chiave di lettura,   più...sentimentale, più segreta 

 ( cito da pag. 109 della mia edizione ) :


Forse abbiamo sempre voluto che la persona amata avesse un'esistenza di fantasma


La frase, nel romanzo,  è in sordina: è riportata tra parentesi, quasi a confessare la verità inconfessabile.



Le  linee interpretative non si negano vicendevolmente. Un punto di vista più celeste ( o più terrestre ? ) del mio saprebbe come ricomporle. Io non ancora...ma mi sto attrezzando.


.

 Qui il trailer del film  "L'invenzione di Morel" di Emidio Greco


p.p.p.s.

Ho dato al post l'etichetta  "refrain"  non solo perchè nel libro c'è una situazione che si ripete: ho già pubblicato queste mie considerazioni sul romanzo di Bioy Casares nel mio precedente blog, Giac.ynta, quello che gestivo senza Giuliano ( che ha parlato del film tratto dal libro in una serie di post nel suo blog, giulianocinema  )  (qui ).

sabato 21 ottobre 2017

Vento del Nord


Da qualche giorno tirava un forte vento e la finestra, fino ad allora aperta, dovette essere chiusa. Eravamo agli inizi di maggio. Il sole inondava la mia camera la mattina presto, molto prima che a casa. La cupola d'oro scintillava per un istante, ma poi le nuvole tornavano a chiudersi su ogni cosa. Le gemme iniziavano appena ad apparire sugli alberi, poiché in Svezia la primavera arriva più tardi. Era dunque quello il vento del Nord? Credevo fosse più rude, più violento, più sonoro. I bollettini meteoreologici, a casa, parlano di "correnti nordiche" e io, leggendoli, avevo sempre pensato a uragani feroci come quelli descritti da Ossian, vortici tonanti nati all'interno dei fiordi. No, non era così. Tuttavia era diverso dai venti ungheresi. Questo era leggero, sottile e sereno, sfrenato ma non rabbioso. Fischiava allegro e indifferente. Il mondo sembrava oscillare ed era limpido e fresco come se fosse stato sollevato più in alto. Il mio olfatto, divenuto più fine da quando ero malato, sentiva il lontano profumo del mare.


Frigyes Karinthy, Viaggio intorno al mio cranio, ed. Bur

Traduzione dall'ungherese di Andrea Rényi













dipinto di Karen Hollingsworth

giovedì 19 ottobre 2017

Un'unica stella




Il cane l’orsa maggiore il cane minore l’auriga
la chioma di berenice andromeda arturo la lira
l’orsa minore perseo l’auriga il cane minore
andromeda cassiopea l’orsa maggiore le pleiadi
impeccabile solo il nord trafitto da un’unica stella.

( Toti Scialoja, da Le costellazioni )





                                                      





                                    





                                     (Cellarius, Harmonia macrocosmica)

martedì 17 ottobre 2017

Un mondo di odori


Mancava quasi un quarto d’ora alla partenza e il signor Aghios rallentò il passo. Forse aveva dimostrata troppa fretta di staccarsi dalla moglie e gli doleva ch’essa avrebbe potuto risentirsene perché, certo, essa meritava tutto, anche riguardi.
Un piccolo fox terrier venne esitante ad annusargli i piedi. “Sei già qui, vecchio amico?" pensò il vecchio. Certo non era il primo cane ch’egli vedesse a Milano, ma era il primo che gli si accostasse dacché egli era solo. E lo guardò con affetto, mentre il cane arretrò - cercava certo il suo padrone - e poi saltellò via guardando ancora un’ultima volta chi l’aveva spaventato, le molli orecchie giovanili aderenti alla testa. Il vecchio gli guardò dietro ammirando. Il passo su quattro zampe è sempre più ingenuo di quello su due. Quello del piccolo giovine cane, che ora saltellava ora cercava, con quei movimenti non ancora bene associati delle quattro zampe, era l’ingenuità stessa. E il signor Aghios pensò col cuore pesante ai grandi pericoli che la bianca bestia correva. "Guardati dal canicida!" pensò.
Grandi amici del viaggiatore sono i cani. Persino in Inghilterra somigliano ai nostri e ci fanno ritrovare in essi un pezzo di patria. Non meglio educati dei nostri, curiosi come questi di tutte le porcherie sulla via, invadenti, rumorosi, obbedienti quando conobbero la frusta, affettuosi e sempre stupiti che chi li ama non accetti di lasciar passarsi la loro lingua sulla faccia. Parlano la stessa lingua. E l’Aghios nella solitudine li amò e spiò scoprendone il carattere e le sue cause. Radicalmente differenti da noi, che guardiamo mentre essi annusano, è strano che fra noi e loro si sia costituita una relazione tanto intima, nostra grande fortuna, dal cane basata certo su un malinteso. Forse il gatto a noi s’accosta di più perché a noi meglio somiglia e meglio ci conosce. E il cane deve la sua sincerità al suo senso predominante, l’olfatto. Il suo modo di percepire gli fa credere che a questo mondo ogni tradimento sia subito scoperto perché egli non vede le superfici ingannevoli, egli analizza proprio l’anima delle cose, il loro odore. Può essere che anche il suo senso lo truffi o ch’egli spesso addenti degl’innocenti dall’odore sgradevole, ma egli non lo sa e se è impedito nel suo proposito s’adatta, ma ringhiando. Tante volte una legge superiore lo arresta e lo incatena e, senza convinzione, egli deve subirla; vi è abituato. Ma il proposito di tradire egli non può accogliere, pensando ch’egli col suo senso sarebbe capace di scoprirlo e tanto meglio dunque il suo padrone, che non sarebbe il suo padrone se non avesse dei sensi più perfetti dei suoi. Mondo sincero perciò quello degli odori. Pare però che si allontani dalla realtà più di quello delle linee e dei colori. Il povero cane è sempre il truffato perché male informato.
Tuttavia qualche dolore gli è risparmiato. In nessun posto egli è straniero. Il suo senso è essenzialmente socievole. Ogni incontro casuale si fa subito intimo e al naso vengono offerte per la verifica le parti più recondite. Rifiutarle è una vera sgarbatezza che provoca la reazione più violenta. Che vita più naturale che non la nostra! Nella via più affollata di Londra un uomo è null’altro nient'altro che un impedimento a procedere. Come fare? Anche se il signor Aghios fosse stato accettato quale dittatore della vita di società, egli non avrebbe saputo imporre il sorriso reciproco di saluto fra sconosciuti. Esso, imposto, sarebbe divenuto una smorfia orrida e mai avrebbe potuto significare un sincero saluto di fratello. L’affetto è anch’esso una fatica; e nessuno vi si sottopone per regola; il vero riposo è l'indifferenza. Dai cani, diretti dagli odori, l’indifferenza di fronte alla vita non c'è mai. Non sono mai semplici indifferenti stranieri, ma sempre amici o nemici.

(Italo Svevo, Corto viaggio sentimentale, pagine 13-15 edizione Dall'Oglio 1980)
(foto di André Kertesz, Parigi 1929)

domenica 15 ottobre 2017

Il commediante


Mi occupavo molto del piccolo gatto. D'altronde non era affatto piccolo, era cresciuto parecchio e aveva i muscoli ben sviluppati. il pelo lucido testimoniava la sua buona salute e i baffi si rizzavano folti e superbi. Era completamente diverso dalla madre, impetuoso, bisognoso d'affetto e sempre pronto a divertirsi. Aveva una vera passione per la commedia, con le parti principali sempre identiche: predatore infuriato, orribile e terrificante; gattino cucciolo, mansueto, derelitto e da compatire; pensatore riflessivo distaccato dalla vita quotidiana ( una parte che gli riusciva solo pochi minuti ), e gatto profondamente offeso, ferito nell'orgoglio maschile. Io ero tutto il suo pubblico;

                                                                                             Marlen Haushofer, La parete, ed. e/o
                                                                                             traduzione di Ingrid Harbeck
illustrazione di
Satoko Watanabe

venerdì 13 ottobre 2017

Nel fondo della foresta



Come un uccello canoro, nel fondo della foresta, canto lodi che tu non ascolterai mai...


Chissà poi cosa cantano davvero, gli uccelli canori, nel profondo della foresta... servirebbe appunto, per capirli, l'anello di Re Salomone.

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No love is sorrow


Just like the songbird deep in the forest
i sing praises but you never hear
Deep in my body my song is silent
yet content at the times when you're near

Please listen to me and i will tell thee
all those words that have never been said
They shout inside of me but then the coward
behind a weak man starts ruling my head.

I never loved thee and not one other
will know sweetness that lies in my breast
'tis you that made me but have abided me

to uncover my heart to the stars

No love is sorrow but now i'm happy
to have thee in this world for my love
And now you must know my soul is for thee
that's why this life is my sorry love.

(da "Solomon's seal", testo e musica dei Pentangle.)




( il disegno è di Louise Richardson, il dipinto è di Alexander Mark Rossi )

mercoledì 11 ottobre 2017

Come la barba del bosco



E lei ripiegò il giornale e lo infilò nella stufa.

( … ; lui ) mentre continuava a parlare dell’arte di vivere come la barba del bosco, fissava il soffitto.

L’uomo non comprendeva la lentezza, ma soltanto ciò che si muoveva alla sua stessa velocità. La roccia che si spaccava e il bosco di pino che moriva e le pietre che spuntavano nel terriccio non li capiva, nemmeno le sue stesse unghie capiva, per quanto crescessero. Il tempo era capace di valutarlo ma non la lentezza. Era per questo che l’uomo leggeva i giornali, per gonfiarsi tutto di avvenimenti e di tempo. Ma la lentezza era estremamente più tenace e più forte del tempo. Il tempo finiva presto, mentre la lentezza non aveva quasi mai fine. Nella lentezza tutto era contenuto simultaneamente. Il tempo era come le zanzare e i pappataci, La lentezza era una vacca stesa tranquilla a ruminare.

Torgny Lindgren, Miele, ed.Giano

traduzione di Carmen Giorgetti Cima

                                                                                                                          dipinto di Carl Larsson



domenica 8 ottobre 2017

Vortice

Cominciò a essere notato molto tempo addietro lo strano nesso che un Sioux spontaneamente stabilisce fra una serie di enti per noi disparati: i bozzoli, che si legano alla nascita di ragni, farfalle, falene, ma anche agli alci, ai bisonti e ai lupi. Si è ricostruito il perché di questa trafila. Si osservi un bozzolo o crisalide: è l'avvolgersi vorticoso di fili setosi attorno a un asse vuoto; osservando con partecipazione si può sempre avvertire, ricostruire quel vorticare costitutivo. Dal bozzolo della crisalide spesso vediamo nell’estate nascere ragni, farfalle e falene, che osserveremo di poi vorticanti nel vento. Vedremo i ragni, avvolti nella loro tela, trasportati dal vento, percorrere centinaia di chilometri. Ma consideriamo nella secca estate alci, bisonti, lupi. Il maschio all’improvviso scalcia il suolo e la polvere si solleva in un gorgo, avvolgendosi alla femmina prescelta, isolandola. La stessa girandola esprime dunque anche l’essenza di questi quadrupedi.
Tutti questi esseri incarnano ciò che il Sioux agogna di ottenere: con l’aria anche lui desidera entrare in una relazione intima, con essa si vorrebbe immedesimare. Aspira a essere un vento rapinoso, ad attorcigliarsi subitaneo attorno alle prede e quindi a volar via di scatto. La sua sensibilità è più sottile della nostra. Coglie un'infinità di particolari, che sfuggono ai sensi riposati. Sorprende la velocità delle sue associazioni. Vive in un tempo accelerato rispetto al nostro e capirlo è arduo; cosi é quasi impossibile ghermire un animale dal tempo più svelto del nostro, colombo o rondinella che sia.


(Elemire Zolla, Lo stupore infantile, pag.96 edizione Adelphi 1994) (sul nomadismo)


















(il dipinto di William Blake è del 1799,
la foto ottocentesca
di un indiano Sioux è purtroppo senza indicazioni)

venerdì 6 ottobre 2017

J'ai tendu des cordes



Rimbaud scrive Illuminations negli anni in cui si muove tra Charleville, Parigi, Bruxelles, Londra, dunque tra il 1872 e il 1874. Il manoscritto dell'opera, affidato a Verlaine, verrà pubblicato nel 1885, all'insaputa di Rimbaud, su una rivista parigina.

Benjamin Britten mette in musica diversi componimenti di Rimbaud tratti da  Illuminations. Trovo particolarmente suggestivo un frammento tratto dalla sezione Phrases . E' qui ( è brevissimo )

J'ai tendu des cordes de clocher à clocher; des guirlandes de fenêtre à fenêtre; des chaînes d'or d'étoile à étoile, et je danse.


Ho teso corde da campanile a campanile ; ghirlande da finestra a finestra ; catene d’oro da stella a stella, e danzo.






Vrubel, Il demone



Qui Les Illuminations di B. Britten commentate da Ian Bostridge



mercoledì 4 ottobre 2017

Diavolo d'un cane ( III )


Un cane con gli occhi neri, che conosce il mio nome e che chiama alla mia porta; un cane con gli occhi neri, che chiede sempre di più. Ma io sto diventando vecchio e voglio andare a casa, sto diventando vecchio e non voglio sapere...
Ripensando alla vita così breve di Nick Drake (inglese, 1948-1974) il testo di questa sua canzone fa veramente venire i brividi. Ma, poi, chissà cosa aveva in mente quando l'ha registrata per noi, noi che oggi la ascoltiamo quarant'anni dopo.

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Black eyed dog 
(Nick Drake)
A black eyed dog he called at my door
The black eyed dog he called for more
A black eyed dog he knew my name
A black eyed dog he knew my name
A black eyed dog
A black eyed dog.
I'm growing old and I wanna go home
I'm growing old and I don't wanna know
I'm growing old and I wanna go home.
A black eyed dog he called at my door
A black eyed dog he called for more...

lunedì 2 ottobre 2017

La città fenicottero



Dopo aver marciato sette giorni attraverso boscaglie, chi va a Bauci non riesce a vederla ed è arrivato. I sottili trampoli che s’alzano dal suolo a gran distanza l’uno dall’altro e si perdono sopra le nubi sostengono la città. Ci si sale con scalette. A terra gli abitanti si mostrano di rado: hanno già tutto l’occorrente lassù e preferiscono non scendere.Nulla della città tocca il suolo tranne quelle lunghe gambe da fenicottero a cui si appoggia e, nelle giornate luminose, un’ombra traforata e angolosa che si disegna sul fogliame. Tre ipotesi si danno sugli abitanti di Bauci: che odino la Terra; che la rispettino al punto d’evitare ogni contatto; che la amino com’era prima di loro e con cannocchiali e telescopi puntati in giù non si stanchino di passarla in rassegna, foglia a foglia, sasso a sasso, formica per formica, contemplando affascinati la propria assenza. 

Italo Calvino, Le città invisibili




sabato 30 settembre 2017

Diavolo d'un cane ( II )


Alla lettera, "hound" non è un cane qualsiasi: è un cane da caccia, un segugio, un cane che sa dove è la sua preda. Lo sa sempre, e la scova ovunque sia. Dunque, "hellhound" è un cane infernale, che ti scova in ogni momento, e che sa come farti male. "Hellhound on my trail", il segugio infernale che segue il sentiero della mia vita, è il punto di partenza per Robert Johnson, in uno dei blues più belli mai scritti, fermato su disco nell'anno 1937. L'unica speranza, dice il testo della canzone, è una ragazza che creda in te, con cui stare bene, magari alla vigilia di Natale. La solitudine alla vigilia della festa, terreno di caccia per l'implacabile segugio infernale.


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Hellhound on my trail


I got to keep movin', I got to keep movin'
Blues fallin' down like hail, blues fallin' down like hail...
And the days keeps on worryin' me
There's a hellhound on my trail.
If today was Christmas Eve, if today was Christmas Eve
And tomorrow was Christmas Day
Aw, wouldn't we have a time, baby?
All I would need my little sweet rider just
To pass the time away (...)




Ma poi, che cos'è il blues? Direi proprio che è questa cosa qui:
« Il blues non è una cosa divertente come pensano tutti, o come pensano i giovani oggi, che prendono una cosa qualsiasi e ne fanno del blues: basta che saltellino qua e là e dicono che quello è blues. Non è così. C'è un solo tipo di blues, e assomiglia a ciò che esiste tra un uomo e una donna che si amano, due persone che siano innamorate una dell'altra, e che si ingannano attraverso l'amore. Ecco, a volte quel tipo di blues può portare a fare cose sbagliate, addirittura a uccidersi l'un l'altro; ed è qualcosa che nasce qui, qui (picchia sul cuore) qui dentro. E' qui che inizia il blues, non da un altro lato ma qui. Questo è il blues.»
Son House, da "The blues" minuto 19 di "Warming by the devil's fire" (regia di Charles Burnett, prodotto da Martin Scorsese). Son House sta parlando di se stesso, fu omicida - per legittima difesa - quando aveva 25 anni.

(la copertina del mio lp di Robert Johnson è opera di Burt Goldblatt)

giovedì 28 settembre 2017

Uroboro


Adesso l'Oceano è un mare o un sistema di mari; per i greci, era un fiume circolare che contornava la terra. Tutte le acque fluivano da esso, ed esso non aveva foce né fonti. Era anche un dio o un titano, forse il più antico, perché il Sonno, nel libro XIV dell’Iliade, lo chiama origine degli dei; nella Teogonia di Esiodo è il padre di tutti i fiumi del mondo, che sono tremila, e la cui lista s’apre con l’Alfeo e col Nilo. Un veglio dalla barba copiosa era la sua personificazione abituale; dopo secoli, l'umanità trovò un simbolo migliore. Eraclito aveva detto che nella circonferenza il principio e la fine sono un solo punto. Un amuleto greco del secolo III, conservato nel Museo Britannico, ci dà l'immagine che meglio può illustrare questa infinitezza: il serpente che si morde la coda, o, come dirà acconciamente Martinez Estrada, «che comincia alla fine della coda ».

martedì 26 settembre 2017

Lucertola


LA LUCERTOLA

Filiazione spontanea della pietra spaccata dove m’appoggio, mi s’arrampica sulle spalle. Immobile come sono, e con un pastrano color sasso, m’ha scambiato per il muro. Dopo tutto, la cosa mi lusinga.

(Jules Renard, Storie naturali, pag.48 ed. Fabbri 2001, traduzione di Aldo Gabrielli)

(illustrazione di Lydekker, 1895)

domenica 24 settembre 2017

I cani sanno leggere

Certo, imparare a leggere non serve proprio a nulla, quando l'odore della carne ti solletica le narici anche a distanza di un chilometro. Nondimeno, se abitate a Mosca e un minimo di cervello in zucca ce l'avete, volere o non volere imparerete a leggere senza nessun bisogno di andare a scuola. Su quarantamila cani moscoviti solo un idiota integrale non sa compitare la parola «salame». Pallino aveva cominciato il suo studio in base ai colori. Aveva appena quattro mesi quando tutta Mosca era stata tappezzata di certe insegne color verdeazzurro con sopra scritto "MSPO-spaccio carni". Ripeto, tutto questo è inutile perché la carne si individua all'odore. Una volta però era successo un gran pasticcio: lasciandosi guidare da un azzurro carico, Pallino, il cui odorato era stato ridotto a zero dal puzzo di benzina di un'automobile, invece che in una macelleria era andato a finire nel negozio di accessori elettrici dei fratelli Polubizner, in via Mjasnickaja. Dai fratelli Polubizner era stato accolto a colpi di filo elettrico, che scotta quasi quasi come la frusta di un cocchiere.
Proprio questo momento cruciale dev'essere considerato come il primo giorno di scuola di Pallino. Appena raggiunto il marciapiede, il cane si era reso conto che «azzurro» non significa sempre «carne» e, stringendosi la coda fra le zampe posteriori e ululando per il dolore cocente, s'era ricordato che su tutte le macellerie le scritte cominciano con uno strano affare colorato simile a uno slittino, situato subito a sinistra. Poi le cose andarono meglio. La «A» la imparò alla Genepesca, all'angolo della via Mochovaja, e poi la «C» (gli era più comodo affrontare la parola «Pesca » da dietro, perché in genere dall'altra parte c'era sempre una guardia). Le mattonelle di ceramica che tappezzavano gli angoli di Mosca significavano sempre e immancabilmente «Formaggio ». Il nero becco da samovar con cui cominciava la parola gli ricordavano l'ex proprietario Cičkin, le montagne di formaggio rosso tipo olandese, quelle belve dei commessi che odiano tanto i cani, la segatura per terra e il «backstein» dal lezzo nauseabondo. Se suonavano la fisarmonica - sempre meglio di «Celeste Aida » - e c’era odore di salsicce, le prime lettere sulle insegne bianche si sistemavano comodamente nelle parole «non pro...». Voleva dire «non pronunciare parole oscene e non dare mance». Qui a volte scoppiavano di punto in bianco zuffe violente, la gente si pigliava a pugni sul muso e, più raramente, a colpi di tovagliolo o a calci. Se nelle vetrine erano appesi dei prosciutti e, sotto, facevano bella mostra di sé dei mandarini, allora... gau-gau... ga...stronomia. Se c'erano bottiglie scure con dentro un brutto liquido... V-i-vi-vini... Già Ditta Fratelli Eliseev.
Lo sconosciuto che si era portato dietro il cane fino alla porta del suo lussuoso appartamento al piano nobile suonò il campanello e l'animale concentrò tutta la sua attenzione sul grosso biglietto da visita, nero a lettere d'oro, appeso accanto all'ampia porta a vetri ondulati, di un colore rosato. Riuscì subito a leggere le prime tre lettere: pi-erre-o, pro. Ma poi seguiva una schifezza complicata, un vero rebus (...)
(Mikhail Bulgakov, Cuore di cane, capitolo II, edizione BUR 1975, traduzione di Giovanni Crino)
(fotografia di Robert Doisneau, Parigi 1953)

mercoledì 20 settembre 2017

Cardellino


Nei tempi antichi viveva in Irlanda un nobile uomo della casata dei Fitzgerald. Il suo nome era Gerald, ma gli Irlandesi, che avevano sempre avuto molta considerazione per la sua famiglia, lo chiamavano Gearoidh Iarla, il Conte Gerald. Aveva un grande castello, o meglio una fortezza, a Mullaghmast; e ogni volta che il governo inglese si provava a recare un torto alla sua patria era sempre pronto a prenderne le difese. Oltre a essere un valoroso condottiero in battaglia e abilissimo nell’usare ogni tipo d’arma, era esperto in magia nera ed era capace di assumere qualunque forma volesse. Sua moglie sapeva di questo potere e spesso gli chiedeva di farla partecipe di qualcuno dei suoi segreti, ma mai il Conte aveva voluto accontentarla. Lei insisteva soprattutto per vederlo sotto qualche strana sembianza, lui però continuava a rimandare con un pretesto o l'altro. Ma non sarebbe stata donna se non avesse avuto perseveranza. Il marito infine l’avvertì che se si fosse spaventata anche solo un po' mentre lui si trovava fuori dalla sua forma naturale, non gli sarebbe più stato possibile riacquistarla prima che molte generazioni di uomini fossero andate sotto terra. «Oh! Non sarebbe stata la moglie adatta per Gearoidh Iarla se avesse potuto spaventarsi facilmente. Se solo lui l’avesse accontentata in questo suo capriccio, avrebbe visto quant'era coraggiosa!»


Così una bella sera d’estate mentre stavano seduti nel grande salone, egli volse il viso dall’altra parte, mormorò alcune parole e, in un batter d’occhio, era bell'e che sparito e un grazioso cardellino svolazzava per la stanza. La moglie, per quanto si ritenesse coraggiosa, ne fu un po' spaventata ma seppe controllarsi abbastanza bene, soprattutto quando l’uccellino andò a posarsi sulla sua spalla, sbatté le ali, appoggiò il beccuccio alle sue labbra e cinguettò la più bella melodia che mai si fosse udita. La bestiola si mise a disegnar cerchi per la stanza, giocò a rimpiattino con la sua dama, volò in giardino, tornò indietro, si posò sul suo grembo come addormentato e balzò via di nuovo.
Quando il gioco era durato abbastanza da soddisfare entrambi, spiccò un altro volo all’aperto; ma, parola mia, non ci mise molto a tornare. Volò dritto in seno alla sua donna e, l’attimo seguente, un falco rapace si precipitava dietro di lui. La donna diede uno strillo acuto, sebbene non ce ne fosse bisogno, perché il terribile uccello - entrato come una freccia - andò a sbattere contro un tavolo con tale violenza che la vita gli schizzò fuori. Dal corpo scosso dai tremiti della bestia la dama volse lo sguardo al luogo dove, un attimo prima, aveva visto il cardellino: ma non posò mai più gli occhi né sul cardellino né sul Conte Gerald.
Una volta ogni sette anni il Conte cavalca per la grande pianura del Kildare su un destriero dagli zoccoli d’argento che, al tempo in cui sparì, erano spessi mezzo pollice: quando questi zoccoli saranno diventati sottili come l’orecchio di un gatto, egli sarà restituito alla società dei viventi, combatterà una grande battaglia contro gli Inglesi e regnerà sull’Irlanda per quarant’anni. Assieme ai suoi guerrieri dorme ora in una lunga caverna sotto il Forte di Mullaghmast. Nel mezzo della caverna si allunga una tavola: il Conte sta al posto d’onore e i suoi soldati, vestiti delle loro armature, siedono ai due lati con la testa appoggiata sul piano. I cavalli, sellati e imbrigliati, stanno ritti ai loro posti dietro i padroni, su entrambi i lati; e quando il giorno verrà, il figlio del mugnaio che nascerà con sei dita per mano suonerà la sua tromba, e i cavalli scalpiteranno e alzeranno nitriti, e i cavalieri si sveglieranno e monteranno sui loro destrieri per andare a combattere.
In una notte che si ripete ogni sette anni, mentre il Conte cavalca per la grande pianura del Kildare, l’accesso può esse visto da chiunque si trovi a passare di lì. Circa cento anni fa un mercante di cavalli che, un poco ubriaco, era fuori sul tardi, vide la caverna illuminata e vi entrò. Le luci, il silenzio e la vista degli uomini con l’armatura lo intimorirono non poco ed egli ridivenne sobrio. Le mani cominciarono a tremargli e una briglia gli cadde sul pavimento. Il suono del morso echeggiò per tutta la lunga caverna, e uno dei guerrieri che stava vicino a lui sollevò leggermente la testa e, con una voce fonda e roca, disse: - E già ora? - L’uomo ebbe la presenza di spirito di rispondere: - Non ancora, ma lo sarà presto, - e il pesante elmo ricadde sulla tavola. Il mercante di cavalli usci più in fretta che poté, e io non ho mai sentito di altri cui sia capitata una simile avventura.
L’ultima volta che Gearoidh Iarla è riapparso, gli zoccoli del cavallo erano sottili come una moneta da sei penny.

William Butler Yeats, L’incantesimo di Gearoidh Iarla; da "Fiabe irlandesi", pag.373-374 ed. Einaudi 1981, traduzioni di Maria Giovanna Andreolli e Melita Cataldi.

(il cardellino prigioniero è di Karel Fabritius, anno 1654)