domenica 28 maggio 2017

Saltapicchio e Trottalemme


 
Saltapicchio (nell'originale "Jolly Jumper") è il cavallo di Lucky Luke, Trottalemme è il cavallo di Cocco Bill. Si sa che i cavalli degli eroi dell'epica hanno sempre un nome: Bucefalo, Baiardo, Ronzinante, fate voi l'elenco completo.
Sono due cavalli sapienti, pensanti e parlanti: o, quanto meno, con noi lettori parlano eccome. Saltapicchio è belga, autori Morris e Goscinny; Trottalemme è invece completamente di mano di Benitone Jacovitti, disegni e parole.
 

 
 
I disegni vengono dal "Corriere dei Piccoli" del 1969 (per Jacovitti) e del 1972 (per Lucky Luke); il disegno dove Lucky Luke canta viene da un numero di "Le Monde" degli anni '80, per un concerto parigino di Marilyn Horne. A questo disegno sono affezionato perchè poi è stato colorizzato (con i pastelli) da uno dei miei nipotini (anch'io ho i nipotini, come Paperino), oggi trentenne.

 
 
 

venerdì 26 maggio 2017

Pulcino bagnato

Era giunto il grande momento: per ventinove giorni avevo covato le mie venti preziose uova di oca selvatica; o meglio, io stesso le avevo covate solo negli ultimi due giorni, affidandole per quelli precedenti a una grossa oca domestica bianca e a un’altrettanto grossa e bianca tacchina che avevano assolto il compito molto più affettuosamente e adeguatamente di me. Solo negli ultimi due giorni io avevo tolto alla tacchina le dieci uova biancastre, ponendole nella mia incubatrice (mentre l'oca domestica doveva covare fino alla fine le sue dieci uova). Io volevo spiare ben bene il momento in cui sarebbero sgusciati fuori i piccoli, e ora quel momento fatidico era arrivato.
Molte cose importanti devono accadere in una di queste uova di oca selvatica: accostandovi l'orecchio si ode dentro scricchiolare e muoversi qualcosa, e poi, ecco, si percepisce chiaramente un flebile, flautato “piip”. Dopo ci vuole ancora un’ora perché si apra un buchino, attraverso il quale si scorge la prima cosa visibile del nuovo uccello: la punta del becco, con sopra il cosiddetto dente dell'uovo; il movimento del capo con cui il dente, dal di dentro, viene spinto contro il guscio dell’uovo, provoca non solo la rottura del guscio, ma anche uno spostamento dell'uccellino che vi giace dentro tutto avvoltolato su se stesso, e che lentamente gira all’indietro attorno all’asse longitudinale dell’uovo. Il dente si muove dunque dentro il guscio lungo un “parallelo” sul quale apre una fila ininterrotta di buchini; alla fine, quando il cerchio si é chiuso, l’uccello con un movimento di estensione del collo fa sollevare l'intera calotta del guscio.
Lentamente, a fatica, si libera allora il lungo collo, che non riesce ancora bene a sostenere il pesante capino. Anche la nuca rimane incurvata nella posizione che ha avuto nell'embrione fin dall’inizio. Occorrono delle altre ore perché le articolazioni si distendano e divengano flessibili, perché i muscoli si rafforzino e prendano a funzionare gli organi del labirinto che mantengono l'equilibrio, perché insomma l'ochetta appena nata incominci ad avere il senso del sopra e del sotto e possa liberamente ergere il suo capo. Quella cosina fradicia che fa capolino dal guscio è incredibilmente brutta e penosa, e soprattutto sembra più fradicia di quel che non sia in realtà: a toccarla, la si sente solo un po’ umidiccia. Questa impressione di bagnato e di appiccicoso che dà il povero abituccio di piume dipende dal fatto che ogni piuma é ancora strettamente racchiusa in un sottilissimo involucro, e così compressa non é più grossa di un capello; tutti questi capelli-piume sono tenuti appiccicati in mazzetti dal liquido albuminoso contenuto nell’uovo, e occupano così pochissimo spazio all’interno del guscio. Poi gli involucri si asciugano, si polverizzano e cadono, permettendo alle piume di aprirsi. Le piume però non hanno bisogno di asciugarsi, perché erano asciutte già prima, in quanto gli involucri le proteggevano dal liquido dell’uovo. La rottura degli involucri viene naturalmente favorita e affrettata dai movimenti che fa l’uccellino appena uscito dall’uovo, strusciandosi “contro pelo” ai fratelli e al ventre della madre chioccia. Se questo sfregamento non è possibile, come avvenne per la mia prima oca selvatica covata in incubatrice, gli involucri delle piume durano più a lungo del solito, e in questo caso si può assistere a un piccolo sorprendente prodigio: si passi dolcemente un batuffolo di ovatta unto di grasso contro il piumaggio dell'uccellino; i fragili involucri cadranno in piccolissimi frammenti simili a forfora, e l’ochetta subirà una magica trasformazione: dove è passato il batuffolo sorge ora un fitto bosco di vaporose e splendenti piume grigio verdastre, e in pochi istanti in luogo del nudo mostriciattolo fradicio e appiccicoso ci troviamo in mano una commovente pallottolina di piume, grande almeno il doppio.
(Konrad Lorenz, L'anello di Re Salomone, pag.93 ed. Oscar Mondadori 1977, trad. Laura Schwarz)
 
(la foto del pulcino viene da una cartolina d'auguri,
quella qui sopra da un numero del mensile Le Scienze, metà anni '90)

mercoledì 24 maggio 2017

Una corsa mozzafiato

I postiglioni ce la misero tutta con fruste e speroni; i camerieri gridarono, gli stallieri li incitarono e schizzarono via a tutta velocità.
«Bella situazione, - si mise a pensare Mr.Pickwick non appena ebbe un attimo di tempo per pensare - Bella situazione per il presidente generale del Circolo Pickwick. Carrozza umida, cavalli bizzarri, quindici miglia all'ora... e tutto questo a mezzanotte!»
Durante le prime tre o quattro miglia, troppo intenti a riflettere ciascuno per proprio conto per aver voglia di rivolgersi al compagno, i due non fiatarono. Ma, percorso quel bel tratto di strada, con i cavalli che ormai ben riscaldati cominciavano ad andare davvero di ottima lena, Mr. Pickwick, eccitato dalla velocità della corsa, si sentiva troppo su di giri per restarsene ancora muto come un pesce.
«Li prenderemo di sicuro» esordì.
«Lo spero» rispose l'altro.
«Bella notte» continuò Mr.Pickwick guardando la luna che riluceva splendente.
«Un guaio per noi! Hanno tutto il vantaggio della luna piena per staccarci e noi lo perderemo: fra un'ora tramonterà.»
«Brutto affare correre a questa velocità nel buio!»
«Direi proprio di sì», rispose l’altro in tono secco.
Nel riflettere sui guai e i pericoli di quella spedizione nella quale si era imbarcato in modo tanto precipitoso, Mr. Pickwick sentì smorzarsi l’esaltazione che per un po’ lo aveva eccitato. A distoglierlo dai suoi pensieri venne l’urlo del cocchiere di testa.
«Iù- iu - iu - iu - iuu!», gridava il primo.
«Iù- iu - iu - iu - iuu!», gridava il secondo.
«Iù- iu - iu - iu - iuu!», strepitò Mr Wardle sporgendosi con la testa e mezzo corpo fuori del finestrino per unirsi al coro con quanto fiato aveva in gola.
«Iù- iu - iu - iu - iuu!», incalzò Mr. Pickwick accollandosi l’onere di quell’urlo di cui peraltro ignorava finalità e significato. E nel bel mezzo degli iuùiuù di tutti e quattro la carrozza venne a fermarsi.
«Che succede?», si informò Mr Pickwick.
«Il casello del dazio -, spiegò il vecchio Wardle - Ci diranno qualcosa dei due fuggitivi».
(Charles Dickens, Il circolo Pickwick, pag.150 ed. Garzanti 2003, traduzione di Gianna Lonza.)

 

lunedì 22 maggio 2017

Dio salvi i corvi della regina





" ... Come gli sentirono dire queste cose, lo presero tutti per pazzo; e per meglio sincerarsene, e rendersi conto di che genere di pazzia fosse il suo, Vivaldo tornò a chiedergli che cosa s'intendesse in realtà per cavalieri erranti.  - Non hanno letto  lor signori - rispose don Chisciotte - gli annali e le storie d'Inghilterra in cui sono trattate le gesta del re Arturo, che noi comunemente nel nostro volgare castigliano chiamamo il re Artù, intorno al quale esiste in tutto il regno di Gran Bretagna l'antica leggenda che quel re non sia morto, ma che per virtù di incantesimo si sia convertito in corvo, e che col volgere degli anni dovrà ritornare a regnare, riconquistando il suo regno e lo scettro? Tant'è vero che da quel tempo ad oggi non si troverà un solo inglese che abbia ucciso mai un corvo."    


da  Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes  Ed. Einaudi

sabato 20 maggio 2017

Lepre marzolina

(...) nel mezzo della radura c'è una lepre grande e grossa che se ne sta lì ferma, voltandoci le spalle, con le orecchie ritte che formano una grossa V, evidentemente tutta tesa nella vista e nell'ascolto di qualcosa che è lì, non molto lontano, al margine opposto del bosco. Poco dopo infatti si scorge da quella parte un'altra lepre, non meno grossa, che lenta e dignitosa avanza a grandi salti verso la prima. Segue allora una specie di contegnosa presentazione reciproca, non dissimile dal cerimonioso incontro di due cani che non si conoscono ancora.
 Ben presto però ha inizio una scena singolare: le due lepri incominciano a inseguirsi in un cerchio strettissimo, la testa dell’una contro la coda dell’altra. Poi, d’un tratto, tutta questa tensione accumulata sfocia nella lotta; e, come quando scoppia una guerra fra gli uomini, accade anche qui che le ostilità si scatenino proprio quando l’osservatore, dopo aver assistito tanto a lungo alle reciproche minacce delle due parti, era giunto alla conclusione che nessuna delle due avrebbe osato passare ai fatti.  Le due lepri si fronteggiano erette sulle zampe posteriori, e con quelle anteriori se le danno di santa ragione. Poi spiccano dei salti altissimi, e fra squittii e brontolii tirano dei calci spaventosi con le zampe posteriori, con tale velocità che senza una ripresa al rallentatore non si può afferrare il meccanismo di questi movimenti. Ora per il momento ne hanno abbastanza, e ricominciano a rincorrersi, solo assai più rapidamente di prima. Seguono poi nuove azioni belliche, ancora più aspre. I due avversari sono talmente immersi nel duello che io con la mia figlioletta posso farmi ancora più vicino, pur non riuscendo a evitare qualche rumore. Qualsiasi lepre normale e ragionevole ci avrebbe già uditi da un pezzo, ma notoriamente a marzo la lepre è pazza, e in inglese c’è addirittura la locuzione "mad as a March hare". Il torneo delle lepri è talmente comico che, nonostante sia stata severamente educata a mantenere il silenzio più assoluto durante l'osservazione degli animali, la mia figlioletta non riesce a reprimere un piccolo scoppio di risa. Questo naturalmente è troppo, anche per le lepri marzoline: due guizzi in due diverse direzioni e la radura é di nuovo deserta, ma al suo centro ondeggia ancora, lieve come semi di salice, un grosso fiocco di lana di lepre.


(Konrad Lorenz, L'anello di Re Salomone, pag.132 ed. Oscar Mondadori 1977, trad. Laura Schwarz)


(il disegno è di John Tenniel; la foto delle lepri non portava indicazioni)

giovedì 18 maggio 2017

Serenate maledette



In musica, la serenata all'amata sotto il balcone è tra le situazioni più frequenti. La luna, in cielo, fa da testimone o da complice; quasi sempre è la luna piena. Non occorre scomodare Giulietta e Romeo per sapere che non sempre va a finire bene; anzi, alle volte la serenata è inopportuna e importuna. Ce ne sono tanti esempi, e tutti sostenuti da canzoni molto belle, alle volte clamorosamente belle. Qualche esempio, tra le mie preferite:
"Te voglio bene assaje", datata 1839, ma forse anche prima. E' di autore ignoto, qualcuno la attribuisce a Raffaele Sacco ma a me piace di più un'altra ipotesi, e cioè che l'autore sia Donizetti. Donizetti era di casa a Napoli proprio in quegli anni, e vale poco dire che era impegnato in altre opere o che era a Parigi: non sappiamo la data esatta di nascita della melodia, e - soprattutto - la domanda migliore potrebbe essere "quanto ha dato e quanto ha preso Napoli da Donizetti, e viceversa?". La mia impressione è che il conto sia in pareggio, o che forse il bergamasco Donizetti abbia dato a Napoli più di quanto ha preso. La mia versione preferita è quella di Roberto Murolo, da qui non mi smuove nessuno. qui  )
Lo stesso soggetto, ma volto al comico, è "La luna è una lampadina", scritta e pensata da Dario Fo con Enzo Jannacci. L'anno è il 1958 circa, vale a dire il Premio Nobel quando nessuno ancora ci avrebbe mai pensato ( qui  e qui ).

martedì 16 maggio 2017

I trulli di Alghero



Una città irlandese piuttosto importante, Limerick, ha dato il suo nome a piccole poesie senza senso, scritte per divertimento. Il limerick "classico" nasce in Gran Bretagna all'inizio dell'800, ed è di solito composto da 5 versi in rima che dovrebbero partire da una località geografica, un punto di inizio per giocare con ritmi e parole. Il tempo d'oro dei limericks, prevalentemente composti in lingua inglese,  è quello di Lewis Carrroll e di Edward Lear. I tre limericks che pubblico sono di Emilio Gauna ( pseudonimo e anagramma di "ma è Giuliano"  ). L'autore  ne ha pubblicati molti altri sulla storica rivista online "Golem, l'indispensabile".     


                   








E così questa è Alberobello e non è Alghero,
dunque la strada io l'ho perduta per davvero;
però mi adatto, ne son felice e fiero;
forse domani riparto per Alghero,
ma intanto qui tra i trulli io tento un trallallero.










                           


                             

     Tre tristi trulli senza un trave interno 
     corrono intanto il rischio di crollare; 
     ed ecco accorre il carpentiere attento,
     che sa sia il dove sia il cosa deve fare;
     e per i trulli è finito ormai l'inferno,
     e il Paradiso è il non dover crollare.
















Qualcosa si frappone
fra me e il lontan Giappone;
e non è il mare, credo,
né cosa ch'io non vedo:
è proprio che è lontana, 'sta nazione.








Le illustrazioni pubblicate sono di David Merveille e sono ispirate al mimo  Jacques Tati ( Giuliano non fuma la pipa ma è alto come Jacques e, come lui, è perplesso dinanzi alle palesi-  e proprio per questo rimosse-  contraddizioni della cosiddetta modernità ) 



domenica 14 maggio 2017

La toccata in do maggiore


Da  La toccata in do maggiore di Antoni Libera ( info )
Traduzione dal polacco di Vera Verdiani


"- (...) Anzi,  professore ...a questo proposito vorrei chiederle un grosso piacere, e cioè che mi risparmiasse di suonare la Toccata permettendomi di sostituirla con un pezzo più facile. Magari l'improptu, che più o meno so già suonare.
- Se è per questo, sai già suonare la Toccata, come hai appena dimostrato.
- Può darsi, ma... mi costa troppa fatica. Non mi ci vedo a eseguirla a fine repertorio.
- E tu cerca di vedertici.
- Lei scherza, professore...
- No, no, non scherzo affatto. E' che non riesco a capire il motivo di tanta opposizione.
- Quella Toccata mi fa paura! - strillai con voce isterica.
Il professore scoppiò a ridere.
- Paura della Toccata in do maggiore? Ma se è il pezzo più sereno mai composto! La massima espressione della fiducia in se stessi, della giovanile audacia, dell'amore per la  musica e della gioia di esercitarcisi!
- Non è di questo che si tratta , e lei lo sa.
- Se vuoi presentarti al diploma - disse il profesore, fattosi serio e con voce improvvisamente più dura - suonerai la Toccata. "

                                                                          


(...)

"Le ultime due settimane prima dell'esame finale furono snervanti e faticose. Praticamente non facevamo altro che esercitarci. (...) 
Dopo quelle quotidiane corvée che ci lasciavano tramortiti, ci buttavamo a occhi chiusi sul letto o, tempo permettendo, andavamo a fare una passeggiata. Ma neanche in quello stato di stordimento, smettevamo di pensare al nostro immediato e più lontano futuro. Ci chiedevamo soprattutto come sarebbe andato l'esame, ma il pensiero volava anche a quello che sarebbe successo se fosse andato bene, ossia agli studi successivi e alla carriera musicale. Ne avremmo avuta una? E se sì, di quale entità? Ci sarebbe andata bene, saremmo stati fortunati? In quel campo ci voleva infatti anche una buona dose di fortuna: quanti ottimi allievi si erano persi per strada per colpa di una sorte avversa! Perchè al momento giusto qualcuno non li aveva notati, perchè qualcosa aveva sbatto loro il cammino, perchè non erano stati"baciati dal destino". Mentre altri, meno bravi di loro, avevano sfondato in base allo stesso principio. Fino a che punto potevano bastare il talento e il lavoro?"



un clic qui per l'ascolto della Toccata in do maggiore di Robert Schumann

( il pianista dell'immagine pubblicata è Glenn Gould )

venerdì 12 maggio 2017

L'unicorno

La prima versione dell’unicorno quasi coincide con le ultime. Quattrocento anni prima di Cristo,
 il greco Ctesia, medico di Artaserse Mnemone, riferisce che nei regni dell’Indostan ci sono velocissimi asini selvatici, di pelo bianco, testa purpurea, occhi azzurri, e provvisti in mezzo alla fronte di un acuminato corno che alla base è bianco, rosso in punta, e in mezzo perfettamente nero. Plinio aggiunge altri particolari (VIII, 31): «In India si caccia anche un’altra fiera, l’unicorno, che per il corpo somiglia al cavallo, ma per la testa al cervo, per le zampe all’elefante, e per la coda al cinghiale. Il suo muggito é profondo. Un corno lungo e nero s’erge in mezzo alla sua fronte. Dicono che sia impossibile prenderlo vivo ».

L’orientalista Schrader, nel 1892, avanzò l’ipotesi che l’unicorno fosse stato suggerito ai greci da certi bassorilievi persiani, che rappresentano tori di profilo e perciò con un corno solo. Nell'enciclopedia di Isidoro di Siviglia, redatta al principio del secolo VII, si legge che una sola cornata dell’unicorno basta di solito per uccidere l’elefante; il che ricorda l’analoga vittoria del karkadàn (rinoceronte), nel secondo viaggio di Sindbad.
Altro avversario dell’unicorno era il leone, e un'ottava del secondo libro dell’inestricabile epopea The Faerie Queene ci conserva il modo del loro combattimento. Il leone si colloca davanti a un albero; l'unicorno, a fronte bassa, l’investe; il leone si scosta, e l’unicorno rimane inchiodato al tronco. Questa ottava data dal secolo XVI; al principio del XVIII, l’unione dei regni d’Inghilterra e di Scozia metterà di fronte, nello stemma di Gran Bretagna, il leopardo (leone) inglese e l’unicorno scozzese. Nell’Età di Mezzo, i bestiari insegnano che l’unicorno può essere catturato da una bambina; nel Physiologus Graecus si legge: «Come lo prendono. Gli mettono davanti una vergine e lui salta in grembo alla vergine e la vergine l'abbraccia con amore e lo porta a palazzo dal re ». Una medaglia di Pisanello e molti e famosi arazzi illustrano questo trionfo, le cui applicazioni allegoriche sono note. Lo Spirito Santo, Gesù Cristo, il mercurio e il male sono stati simboleggiati dall'unicorno.
Nell’opera Psychologie und Alchemie (Zurigo 1944), Jung narra la storia di questi simboli e li analizza. Un cavallino bianco con zampe posteriori d’antilope, barba di capra e un lungo e ritorto corno sulla fronte, è la rappresentazione abituale di quest’animale fantastico.
Leonardo da Vinci attribuisce la cattura dell’unicorno alla sua sensualità:
per questa, dimenticata la fierezza, si raccoglie al grembo della donzella; e così lo prendono.

(Jorge Luis Borges, Manuale di zoologia fantastica, pag.150 ed. Einaudi 1991, trad. F.Lucentini)


(incisione di autore ignoto del 1520 circa,
e Krazy Kat di George Herriman, 1930 circa)

mercoledì 10 maggio 2017

Les jardins d'oiseaux


E' probabile che l'importanza accordata ai giardini nel Tardo Medioevo sia un'eredità delle crociate, che portarono in Europa anche la poesia lirica e le canzoni del Medio Oriente. E' quindi all'interno di questa campagna in miniatura, protetta dalle mura del castello, che fiorì l'arte dei trovatori, e spesso alle loro canzoni s'intrecciavano i voli degli uccelli. E' quella stessa atmosfera , dolce e piacevole, che Nicola Gombert e Clémente Janequin ricrearono nei loro Chants des Oiseaux (...), tale canto si presenta, in musica, in deliberato contrasto con la brutalità e le disgrazie dlla vita che si svolge all'esterno.

R. Murray Shafer, Il paesaggio sonoro



un clic sul'immagine per l'ascolto

martedì 9 maggio 2017

La lauzeta di Bernart

Trovatori e trovieri, autori di poesie in lingua d'oc e d'oil, operarono in Francia tra l'XI e il XIII secolo. Nelle corti feudali  che li accoglievano,  intrattenevano il loro pubblico con eleganti  liriche d'amore accompagnate da musica. Fin'amors è definito il sentimento  che il poeta esprime per la donna di cui è innamorato, raffinato quanto la creazione poetica che lo veicola.

Bernart de Ventadorn, nella canzone Can vei la lauzeta mover, assimila l'amata a una lauzeta, un' allodola che, dimentica di tutto, si abbandona al piacere del volo. Il poeta  confessa di aver perso ogni potere su di sè e sulla donna. L'amore gli ha sottratto forza, lucidità: da quando l'amata gli ha consentito di  specchiarsi nei suoi occhi, è smarrito, come Narciso alla fonte

                                       



                                 Un clic sull'immagine per ascoltare la canzone della lauzeta


                                          qui il testo e la traduzione di Can vei la lauzeta mover

domenica 7 maggio 2017

La fedeltà della tortora

Salomè e Giuditta, ma prima ancora Giuditta, sono tra i soggetti più rappresentati nella Storia dell'Arte; Dario Fo ne spiegò bene il motivo nel suo spettacolo su Caravaggio, in tempo di esecuzioni capitali le decapitazioni erano molto frequenti e avvenivano sulla pubblica piazza. Oggi a noi fa orrore, ma una testa mozzata (anche di un innocente, come capita con Salome) era qualcosa di tutt'altro che inconsueto da vedere.


Anche Antonio Vivaldi, nel 1716, sceglie Giuditta come soggetto. La sua "Giuditta trionfante" (Juditha triumphans, in latino), un oratorio, è scritta per le ragazze che studiavano musica all'Ospedale della Pietà, a Venezia; una Giuditta tutta al femminile, quindi anche Oloferne è interpretato da una voce femminile. Il dramma c'è, Vivaldi era uomo di teatro e sapeva dosare bene gli effetti, ma è tutto sublimato dalla musica, che è piacevolissima. "Juditha triumphans" scorre via veloce, in concerto quasi non ci si accorge del tempo che passa.

Ma, di tutto questo, oggi mi interessa portare in primo piano la tortora. Simbolo di fedeltà coniugale, la tortora è evocata da Giuditta nell'aria dal primo atto, in un colloquio con l'amica Abra.

venerdì 5 maggio 2017

Vampiro

Continuando il cammino, attraversammo zone a pascolo, molto danneggiato dagli enormi formicai conici alti circa quattro metri. Essi davano al paesaggio esattamente lo stesso aspetto dei vulcani di fango a Jorullo, così come sono disegnati da Humboldt. Arrivammo a Engenhodo che era già buio, dopo essere rimasti a cavallo per dieci ore. Durante tutto il viaggio non cessai di meravigliarmi per le fatiche che i cavalli erano capaci di sopportare; essi sembrano anche rimettersi da qualche incidente più presto di quelli delle nostre razze inglesi. Il vampiro è spesso causa di gravi disturbi quando li morde al garrese. Il danno non è tanto grave per la perdita di sangue quanto per l'infiammazione che la pressione della sella produce loro in seguito. Questo fatto è stato recentemente messo in dubbio in Inghilterra, ma io ebbi la fortuna di essere presente quando un vampiro (Desmodus d'Orbigny, Wat) fu realmente preso sulla groppa di un cavallo. Stavamo bivaccando una sera tardi presso Coquimbo, nel Cile, quando il mio servo accorgendosi che uno dei cavalli era molto inquieto andò a vedere di che cosa si trattasse; e sembrandogli di scorgere qualcosa allungò rapidamente la mano sul garrese dell'animale e si impadronì del vampiro. Il mattino seguente il punto della morsicatura era facilmente distinguibile per essere leggermente gonfio e sanguinante, ma tre giorni dopo cavalcammo nuovamente l'animale che non aveva avuto nessuna conseguenza dannosa.
(Charles Darwin, Viaggio di un naturalista intorno al mondo, pag.37 ed. Giunti 2002, traduzione di Mario Magistretti)
I pipistrelli che si nutrono di sangue sono soltanto di tre specie, e vivono tutti in America. Nel dettaglio: Desmodus rotundus, Diphylla ecaudata e Diaemus youngi, che probabilmente è quello colto sul fatto da Darwin, perché è l'unica delle tre specie che vive anche in Cile e in Argentina. Ci sono anche altre specie di pipistrelli che si supponevano fossero vampiri, ma poi si è dimostrato che così non era. (I nostri pipistrelli mangiano insetti e frutta).
 

(il dipinto è di Yasho, 1782-1825)

mercoledì 3 maggio 2017

Un'altra giovinezza


"I miei amici Vairat e Abadie sono partiti in automobile, questa mattina, per Parigi. Ho di nuovo avvertito la malinconia della separazione e la nostalgia delle partenze. Fra alcuni giorni li avrò dimenticati ed essi mi avranno dimenticato. Tutto passa. Ecco la mia immensa sofferenza. Perché le cose non restano, almeno fino a quando ce ne stanchiamo, fin quando non siamo noi stessi pronti a partire?
E' un'ossessione intima e incoffessata: il sentimento che tutto è passeggero. Tutto, nel mondo che io accetto oggi.
Quando arriverà l'altra ora?"

Mircea Eliade, Diario d'India


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"Tutto sommato cos'è il tempo? E' un contenitore pieno di cose che non si adattano ad altro. "


Francis Ford Coppola

lunedì 1 maggio 2017

diavolo d'un cane

Sul cavallo di Brunilde può salire anche Faust. Tanti sono gli animali o gli elementi naturali menzionati nella tragedia, sin dalle prime battute. Nella II scena della I parte dell'opera, Mefistofele assume le sembianze di un cane che, il giorno di Pasqua, segue Faust. 


La notte  precedente Faust aveva attraversato un momento di profondo sconforto che lo aveva portato a desiderare la morte.  Pur avendo fama di dotto, pur essendo considerato un maestro,  aveva avvertito che, tutto sommato, il suo sapere era  inutile, insufficiente. 

(…) Come? Ancora qui io carcerato? / Cerchiato da questo cumulo di libri /che ti rodono i tarli, la polvere copre,/ che carte annerite circondano (…)

Già, quel che si chiama sapere. Ma chi /Si rischia a dire pane al pane?/ I pochi che ne hanno saputo qualcosa, /Che hanno dato corso, pazzi, alla piena dell’anima /E fatte palesi alle plebi le proprie passioni e i pensieri,/ Li hanno sempre messi in croce o sul rogo. (…)


Mentre sta per portare alla bocca un calice in cui aveva versato del veleno,  un suono di campane a festa gli ricorda l’infanzia, l’età dell’innocenza e lo trattiene dal compiere il gesto estremo. 

Nella serena atmosfera della domenica di Pasqua, Faust,  rinfrancato, esce e passeggia per le strade in compagnia del suo discepolo Wagner, ricevendo il saluto di chi lo incontra. Il dottore è considerato un sapiente, un uomo generoso ma Faust sente di non meritare niente.

Il dottore torna quindi nel suo studio seguito da un cane: è Mefistofele che subito si trasforma, sbarazzandosi  della forma provvisoria assunta.

sabato 29 aprile 2017

Bassotto


Arrivato a Godesberg, mi sedetti di nuovo ai piedi della mia bella amica; vicino a me si accucciò il bassotto marrone, ed entrambi la guardavamo negli occhi.

Heinrich Heine, da "Idee - Libro Le Grand" (1826), pag.114 di "Impressioni di viaggio" ed. De Agostini 1981, traduzione Vanda Perretta


(dipinto di Carl Reichert)

mercoledì 26 aprile 2017

Il volo del calabrone (ma forse no)


"Il volo del calabrone", brano musicale scritto da Nikolaj Rimskij-Korsakov, è molto conosciuto e ha avuto infinite versioni e arrangiamenti, dai grandi violinisti e pianisti fino a Nini Rosso (tromba, anni '60) e Bobby Mc Ferrin (voce, di oggi). L'originale viene da un'opera lirica del 1899, "La fiaba dello zar Saltan", ma oggi (sarà la primavera) in me è l'entomologo che prevale, e quindi qualcosa non mi torna: all'ascolto è evidente, questo non è il volo di un calabrone. Il calabrone infatti non ronza intorno a qualcosa, ma va diretto al suo scopo. Mi vengono in aiuto i dischi e i programmi di sala in inglese: "The flight of the bumble-bee". In inglese, il calabrone è "hornet". Nell'errore cade anche il mio dizionario, evidentemente la confusione è grande ed è ora che qualcuno provi a guardarci dentro (tocca a me, disdetta).
Bumble-bee è il bombo, Bombus terrestris, Bombus occidentalis, perfino Bombus arctica (e molte altre specie), cioè una grossa ape piuttosto pacifica ma, come tutte le api, provvista di pungiglione. Non è ben organizzato come le api e quindi non lo si può allevare per il miele (fa il nido sottoterra), ma è comunissimo e lo si incontra un po' dappertutto. Il calabrone, "hornet", è una vespa: vespa crabro. Come vespa, il calabrone si nutre di frutta e di altri insetti; non va svolazzando sui fiori ma si muove invece diritto e veloce, come un piccolo aereoplano super efficiente. Insomma, se va sui fiori e svolazza ronzando, è un bombo. Probabilmente è la parola bombo che non piace, a noi italiani sembra uno scherzo, un dolcetto farcito, un tipo tondo e grasso, un gioco di bambini piccoli; e invece è proprio il suo nome scientifico.


A proposito del bombo circola da sempre una storiella, che sia stato studiato a lungo e che gli ingegneri aeronautici non abbiano capito come faccia a volare, con quel peso e con quelle alette: dal canto suo il bombo, all'oscuro dei dubbi degli ingegneri, vola quieto ed efficiente senza alcun problema. 

lunedì 24 aprile 2017

Le palme in Piazza Duomo


...Ma nulla la città odia quanto il verde, le piante, il respiro degli alberi e dei fiori.
(Dino Buzzati, Il tiranno malato, numero 46 dei "Sessanta racconti")

Le palme e i banani in Piazza del Duomo a Milano, qualsiasi cosa se ne pensi, dimostrano con certezza una cosa sola: che per gli architetti e per gli urbanisti gli alberi sono solo elementi d'arredo. Un albero vale un lampione, nei rendering degli architetti e degli esperti di arredo urbano: un lampione, una fioriera, un portaombrelli, un tavolo, un armadio, una poltrona. Lo prendi di qui e lo sposti di là, e quando sei stufo lo butti via e ci metti qualcos'altro. E' il destino di una generazione (anche più di una, ormai) che non è abituata a vedere la linea dell'orizzonte. L'orizzonte, e ormai non solo a Milano ma anche nei paesi più distanti, è il palazzo davanti. O quello di fianco, o quello che trovi appena svoltato l'angolo; si comincia così da bambini e poi si trova naturale tutto questo, ma la scomparsa dell'orizzonte non è una cosa naturale, è il risultato di una modificazione profonda e artificiale. Vale anche per gli olivi centenari espiantati per il gasdotto in Puglia, per la Tav in Val di Susa, per tante altre cose ancora. Si perde anche il significato delle parole: "olivo centenario" significa che ci ha messo cento anni per diventare così, o magari anche di più di cento anni; invece, da come lo dicono, sembra che sia solo un pezzo d'arredo come un altro. Lo prendi di qui, lo sposti di là, "poi si abituano e smettono di rompere" (eh sì, è il modo più veloce per far tacere chi non è d'accordo, dare del "polemico", o peggio, a chi muove anche solo una piccola obiezione...).

(foto di Arthur Prentiss, 1915)

Il racconto successivo, nel libro di Buzzati, si intitola "Il problema dei parcheggi": viene proprio da pensare che li abbia messi in sequenza lui uno per uno, questi racconti, e non un editor qualsiasi. Buzzati sapeva e vedeva, anche perchè era cresciuto fra le montagne, a Belluno. A Milano, nell'orizzonte di cemento, ci abitava e ci lavorava soltanto.

venerdì 21 aprile 2017

Kira e Cucciolo


Kira era milanese, Cucciolo viveva in Liguria; si incontravano durante le vacanze (di Kira) ed erano molto amici. Erano contenti di stare insieme, diventavano tristi (soprattutto Cucciolo) quando finivano le vacanze e Kira doveva tornare a Milano. Una bella amicizia, un po' rude ma di quelle vere, durata tanti anni. Da parte mia, ho conosciuto di persona Kira ed era proprio così, invece Cucciolo l'ho visto solo in fotografia e un po' me ne dispiace.



 
(disegni e testi di Monica Rainer, dal sito www.mazzate.com/fumetti   )
(per vedere le foto dei veri Kira e Cucciolo, questo sito  )

mercoledì 19 aprile 2017

Armadillo

La canzone è famosa: eterea, sognante, bellissima. Non finirei mai di ascoltarla.
Non so da dove salti fuori, a un certo punto, l'armadillo ("the scaly armadillo", in rima con "weeping willow", il salice) ma l'immaginario di Roger Waters, di Syd Barrett, e di tutti i Pink Floyd di quel periodo era davvero qualcosa di fuori dal comune.
Ignoravo anche l'esistenza della parola "eiderdown", piumino: pillow è il cuscino, weeping willow è il salice piangente, che agita intorno i suoi rami. Intendersi di rime e di metrica è sempre una bella cosa: qui siamo dalle parti del nonsense, ma del resto l'Inghilterra è il paese di Lewis Carroll...
Direi che è qualcosa che non si può tradurre, è una canzone tutta costruita su rime e assonanze, quasi come James Joyce in Finnegans Wake. Bisognerà proprio studiarsi l'inglese; altrimenti, basta e avanza la musica. Siamo comunque nel reame dei sogni, come spiega bene il titolo.

Julia Dream
(Roger Waters)
Sunlight bright upon my pillow
Lighter than an eiderdown  
Will she let the weeping willow
Wind his branches round
Julia dream, dreamboat queen, queen of all my dreams...
Every night I turn the light out
Waiting for the velvet bride
Will the scaly armadillo 
Find me where I'm hiding...
Julia dream, dreamboat queen, queen of all my dreams
Will the misty master break me
Will the key unlock my mind
Will the following footsteps catch me
Am I really dying
Julia dream, dreamboat queen, queen of all my dreams

                                                                                                                ( un clic qui per l'ascolto )

lunedì 17 aprile 2017

Il gatto di nonno Joyce


A Trieste ci sono belle librerie e sezioni nutrite con scritti di autori che hanno stabilito un legame
con la città o perchè ci sono nati ( sono tanti! ) o perchè ci sono capitati e restati per lunghi periodi di tempo. In via San Nicolò ci sono due librerie; una è quella antiquaria, legata a Umberto Saba che ne fu proprietario per diversi anni ; l'altra, moderna, colpisce non meno della prima per la qualità e il numero dei libri esposti. Impossibile uscire con meno di tre, quattro volumi in busta. Io ne ho trovati cinque da portar via e tra questi un delizioso librino contenente una fiaba di James Joyce, corredata di raffinate illustrazioni di Cristiano Coppi. La fiaba, contenuta in una lettera inviata nel '36, era destinata al nipotino dello scrittore, Stephen. Non la  racconto. Dico solo che di mezzo ci sono un ponte, un sindaco, la città di Beaugency, un secchio d'acqua, un gatto, e infine un diavolo che passa il tempo a sfogliare i giornali e che parla uno strano francese..

illustrazioni di Cristiano Coppi





Il prezioso libricino si intitola "Il gatto e il diavolo"; la traduzione è di Franco Marucci; la casa editrice è la ETS




venerdì 14 aprile 2017

Samuel Beckett


Tom Bishop, studioso e intimo amico, (...) offrì il suo aneddoto beckettiano preferito, sul cane che lui e sua moglie avevano chiamato col nome dello scrittore. Erano troppo imbarazzati per dirglielo, ma lui lo scoprì comunque tramite un amico comune. La signora Bishop gli chiese se non si sentisse offeso, e Beckett rispose: «Se il cane non se la prende, non vedo perché dovrei farlo io.»
Mel Gussow, Conversazioni con (e su) Beckett, ed. UbuLibri 1996, pag.131
(nell'immagine, Samuel Beckett sul set di "Film")

mercoledì 12 aprile 2017

L'uovo o la gallina?


L'umorismo balinese è come il nostro e abbonda di barzellette sul sesso, truismi e giochi di parole. Volli saggiare lo spirito del nostro giovane cameriere d'albergo e gli chiesi: « Perché la gallina attraversa la strada?» La sua reazione fu piuttosto sprezzante: «Questa la sanno tutti», disse all'interprete. Io replicai: «Benissimo, allora dimmi chi è nato prima: l'uovo o la gallina?» La domanda lo mise in imbarazzo (...) poi spinse il turbante sulla nuca, riflettè un momento e infine dichiarò con grande sicurezza: «L'uovo.» «Ma chi ha posato l'uovo?» «La tartaruga, perché la tartaruga è il primo tra gli animali e posa tutte le uova.»
Charlie Chaplin, Autobiografia, pag.392 ed. Oscar Mondadori 1977

E' una risposta corretta anche dal punto di vista naturalistico, perché i rettili (tutti) depongono le uova e i rettili erano già sulla terra prima della comparsa degli uccelli. Anche i pesci, e anche gli insetti, depongono uova, ma qui ci si allontana troppo dall'albero genealogico della gallina. In fin dei conti, però, sulla questione aveva forse ragione Samuel Butler, che mette la parola definitiva; e non solo per le galline, a pensarci bene.

«Una gallina è il solo modo di un uovo per fare un altro uovo.»
(Samuel Butler, da "Notebooks-life and letters" pag.79 ed. Guanda 1998)


lunedì 10 aprile 2017

« Perché mi tiri la coda?»


Amblyrhynchus Demarlis, la specie terrestre (...) ha coda tonda e dita non palmate. Questa lucertola, invece di trovarsi come l'altra su tutte le isole Galapagos è limitata alla parte centrale dell'arcipelago e precisamente alle isole Albemarle, James, Barrington e Indefatigable. Verso sud, nelle isole Charles, Hood e Chatham e verso nord, in quelle di Towers, Bindloes e Abingdon, non ne vidi una e non ne sentii parlare. Sembrerebbe che siano state create nel centro dell'arcipelago e da qui si siano diffuse soltanto fino a una certa distanza. (...) Sono forse di statura un po' minore della specie marina, ma parecchie di esse pesavano dai quattro ai sette chili. Sono di movimenti pigri e semi intorpiditi. Quando sono spaventate, camminano lentamente con la coda e il ventre sollevati da terra. Si fermano spesso e sonnecchiano per un minuto o due, con gli occhi chiusi e le zampe posteriori allargate sul terreno riarso. Abitano in tane che scavano qualche volta fra i pezzi di lava, ma più generalmente su tratti piani del soffice tufo simile ad arenaria. (...) Osservai a lungo un individuo mentre scavava fino a quando metà del suo corpo fu sepolto; mi avvicinai allora e lo tirai per la coda; ne fu molto stupito e subito risalì per vedere di cosa si trattasse, poi mi fissò in viso come per dire: « Perché mi tiri la coda?».
(Charles Darwin, Viaggio di un naturalista intorno al mondo, pag.483 ed. Giunti 2002, traduzione di Mario Magistretti)


(il nome scientifico citato da Darwin oggi non è più in uso, e non è quindi facile risalire alla specie esatta; la foto qui sopra è di Matt Moyer e viene da The Huffington Post)

sabato 8 aprile 2017

Il pappagallo di lungo corso






- Vieni, Hawkins, - diceva, - vieni a farti una chiacchierata con John. Nessuno è più benvenuto di te, figliolo. Siediti, e senti le novità. Ecco il capitano Flint ... il mio pappagallo l'ho chiamato Capitano Flint come il famoso bucaniere... ecco il Capitano Flint che predice il successo al nostro viaggio. Non è vero, capitano? E il pappagallo diceva , con grande rapidità, " Pezzi da otto ! "Pezzi da otto! Pezzi da otto! " fino a che ci si chiedeva come non finisse senza fiato, o John tirava il suo fazzoletto sulla gabbia.
- Quell'uccello, - diceva, - potrebbe benissimo avere duecento anni, Hawkins...quasi tutti vivono tantissimo; e se qualcuno ha visto più misfatti, deve essere il diavolo in persona. Ha navigato con England, il grande capitano England, il pirata. E' stato in Madagascar, a Malabar, in Suriname, a Providence, e a Portobello. Era là quando ripescarono quelle disgraziate navi al Plate. E' là che ha imparato a dire "Pezzi da otto" e c'è poco da meravigliarsi; ce n'erano trecentocinquantamila, Hawkins! Era all'arrembaggio del Viceroy of Indies fuori da Goa; e a guardarlo si potrebbe pensare che sia giovanissimo. Invece ne ha respirata di polvere da sparo... non è vero, Capitano? - Pronti a virare, - urlava il pappagallo. - Ah, è un bel furbo davvero, - diceva il cuoco, e gli dava dello zucchero che tirava fuori dalla tasca, allora l'uccello becchettava le sbarre e si metteva a bestemmiare, con una malvagità difficile da credere. - Ecco, - aggiungeva allora John, - non si può toccare la pece e non sporcarsi, ragazzo.

R.L.Stevenson, L' isola del tesoro


giovedì 6 aprile 2017

La violetta

Il testo è di Goethe, la musica è di Mozart; composto nel 1785, tratto dal singspiel giovanile di Goethe "Erwin und Elmire". Mozart, probabilmente commosso dal testo o forse già pensando alla musica, aggiunse due versi alla poesia: "povera violetta, era una violetta dal gran cuore". Nell'ottobre dello stesso anno, andrà in scena "Le nozze di Figaro".
(notizie da "Mozart, il catalogo è questo" di Poggi e Vallora, ed. Einaudi)

Das Veilchen (La violetta), K 476
Lied in sol maggiore per soprano e pianoforte
Musica: Wolfgang Amadeus Mozart
Testo: Johann Wolfgang von Goethe
Vienna, 8 giugno 1785

Una violetta stava sul prato
il capo reclinato, ignota;
una così graziosa violetta!
Giunse una pastorella
con passo lieve ed anima serena, per la sua strada
e quindi, e quindi, è già nel prato, e canta.
«Ah, - pensa la violetta, - vorrei tanto
essere il fiore più bello della natura,
ah, anche solo per un istante,
fino a quando mi avrà colto il mio amore
e mi avrà stretto languida sul cuore!
Ah, soltanto, soltanto, per un breve quarto d'ora!»
Ma, ahimè, venne la pastorella
e non si cura della violetta,
calpesta l'infelice.
Essa moriva, rimanendo felice:
«...muoio dunque, ma è per lei che muoio,
ai piedi di lei!»

https://www.youtube.com/watch?v=a2grRV8T95M
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martedì 4 aprile 2017

Il più bel gelso che mai


14 Maggio

Anche jer sera tornandomi dalla montagna, mi posai stanco sotto que’ pini; anche jer sera io invocava Teresa. Udii un calpestio fra gli alberi; e mi parea d’intendere bisbigliare alcune voci.  Mi sembrò poi di vedere Teresa con sua sorella, sbigottitesi a prima vista fuggivano. Io le chiamai per nome, e la Isabellina raffigurandomi, mi si gittò addosso con mille baci. Mi rizzai. Teresa s’appoggiò al mio braccio, e noi passeggiammo taciturni lungo la riva del fiumicello sino al lago de’ cinque fonti.  E là ci siamo quasi di consenso fermati a mirar l’astro di Venere che ci lampeggiava su gli occhi. – Oh! diss’ella, con quel dolce entusiasmo tutto suo, credi tu che il Petrarca non abbia anch’egli visitato sovente queste solitudini sospirando fra le ombre pacifiche della notte la sua perduta amica? Quando
clic sull'immagine
leggo i suoi versi io me lo dipingo qui, malinconico, errante, appoggiato al tronco di un albero, pascersi de’ suoi mesti pensieri (…).Io non so come quell’anima, che avea in sé tanta parte di spirito celeste, abbia potuto sopravvivere in tanto dolore, e fermarsi fra le miserie de’ mortali – oh quando s’ama davvero! (…).  E saliva su per la collina ed io la seguitava. (…)
– Tutto è amore, diss’io; l’universo non è che amore(… ). Teresa sospirò insieme e sorrise. La salita l’aveva stancata: riposiamo, diss’ella: l’erba era umida, ed io le additai un gelso poco lontano. Il più bel gelso che mai. È alto, solitario, frondoso: fra’ suoi rami v’ha un nido di cardellini(…).La ragazzina intanto ci aveva lasciati, saltando su e giù, cogliendo fioretti e gettandoli dietro le lucciole che veniano aleggiando. Teresa sedea sotto il gelso ed io seduto vicino a lei con la testa appoggiata al tronco, le recitava le odi di Saffo – sorgeva la Luna – oh! – perché mentre scrivo il mio cuore batte sì forte? beata sera!


U. Foscolo, Le ultime lettere di Jacopo Ortis


domenica 2 aprile 2017

I gatti di Mahler

Siamo a Steinbach, in Austria, al tempo della composizione della Terza Sinfonia, nel 1896. 

(...) a Steinbach trovai Mahler disponibile come non lo avevo ancora mai visto. Qui, in mezzo alla natura, non disturbato dalle noie del Teatro dell'Opera di Vienna, concentrato solo sui suoi pensieri e sulle sue creazioni, si sentiva libero (...). Sul prato, tra il lago e la locanda in cui aveva preso alloggio, aveva fatto alzare quattro pareti e un tetto, per formare una stanza. In questa "casetta per comporre", fittamente rivestita di edera, il cui mobilio consisteva in un pianoforte, un tavolo, una sedia e un divano, e la cui porta, aprendosi, scrollava giù dall'edera innumerevoli maggiolini su chi entrava, passava le sue mattine, per lavorare non disturbato dai rumori della casa e della strada. (...) Vero piacere gli procuravano alcuni gattini e non si saziava mai di osservare il loro comportamento. Nelle passeggiate più brevi li portava con sè nelle tasche grandi della giacca, per divertirsi durante le soste con la loro presenza sempre interessante; le bestiole erano così abituate a lui che perfino il giocare a nascondersi veniva premiato da un pieno successo, della quale cosa non era meno orgoglioso. Era affezionato di cuore a tutte le altre creature: cani, gatti, uccelli; gli animali del bosco lo divertivano e destavano allo stesso tempo il suo più serio interesse. (...) Mi raccontava di non essere capace di dimenticare una volta quando, di notte in campagna, lo aveva colpito dolorosamente il muggito profondo e prolungato dei buoi, come una voce della natura proveniente dall'animo sordo dell'animale.
(Bruno Walter, "Gustav Mahler"; pagine 55-56 edizione Studio Tesi 1981, traduzione Piera Di Segni)

venerdì 31 marzo 2017

Il vento nei salici


Il ciclista risale Castle street, la strada di Edimburgo dove si affacciano i bianchi bow windows della casa natale di Kenneth Grahame, l'autore de " Il vento tra i salici ", uno dei libri per l'infanzia più noti e letti in Gran Bretagna. 

La strada mi è divenuta familiare qualche anno fa. L'ho risalita più volte e nella
saletta con i bow windows bianchi ho fatto colazione; questo è successo perchè la casa natale di Kenneth Grahame oggi è una guest house.
E fin qui niente di speciale. Sono tanti i siti di interesse storico-culturale che hanno cambiato destinazione d'uso sfruttando proprio il blasone conferito dal passaggio o la permanenza di un personaggio illustre. Non sto scrivendo il post per consigliare un albergo "letterario" ( anche se è in ottima posizione e con un buon rapporto qualità/prezzo )



E allora?

mercoledì 29 marzo 2017

Storia di fantasmi


Attaccate al muro del locale c’erano le tre ruote di una macchinetta a gettone, ciascuna delle quali numerata da uno a dieci. Con aria drammatica annunciai, tra il serio e il faceto, che mi sentivo in possesso di una straordinaria forza psichica: avrei fatto girare le tre ruote, e la prima si sarebbe fermata sul nove, la seconda sul quattro e la terza sul sette. E, vedi caso, la prima ruota si fermò sul nove, la seconda sul quattro e la terza sul sette: una probabilità su un milione. Wells disse che si trattava di una pura coincidenza. «Ma quando si ripete la coincidenza merita un esame più approfondito» dissi io, e gli raccontai ciò che mi era accaduto da ragazzo. Passando davanti a una drogheria di Camberwell Road notai che, cosa insolita, le serrande erano chiuse. Qualcosa mi spinse ad arrampicarmi sul davanzale per sbirciare nell’interno dal foro romboidale della serranda. Dentro il locale era buio e deserto, ma le mercanzie erano tutte al loro posto, e al centro del pavimento scorsi un’enorme cassa da imballaggio. Balzai giù dal davanzale con un senso di repugnanza e ripresi la mia strada. Poco dopo si diffuse la notizia di un delitto. Edgar Edwards, un vecchio e gentilissimo signore di sessantacinque anni, si era impadronito di cinque drogherie uccidendone i proprietari con un contrappeso di finestra e prendendo il loro posto. In quella bottega di Camberwell, dentro alla cassa da imballaggio, c’erano le sue ultime tre vittime: i coniugi Darby e il figlioletto.

lunedì 27 marzo 2017

Il tarlo del domani
















Ritiratasi nella sua camera, chiamò la nutrice e le disse :
 - Mi ha preso il tarlo del domani e non riesco più a vivere come gli uomini semplici. Dimmi, dunque, nutrice, come posso avere potere sul tempo? 
La nutrice, udite queste parole, si lamentò come il vento che porta la neve. E disse: 
- Che disgrazia, un tarlo è entrato nel tuo midollo e non c'è rimedio che guarisca il pensiero! Ma dato che vuoi il potere e benché il pensiero sia più freddo dell' inverno, esso ti accompagnerà fino alla fine della tua vita. 
La principessa si sedette nella sua stanza della casa di pietra e pensò al pensiero.
Sedette lì nove anni e l'acqua batteva sulla terrazza e i gabbiani gridavano attorno alle torri ed il vento muggiva nei camini della casa. Per nove anni non uscì e non vide i cieli aperti, né gustò l'aria. Non ascoltò parola da nessuno e non guardò né a destra né a sinistra, ma pensò solo al pensiero del domani.
La nutrice le dava da mangiare in silenzio.
La principessa prendeva il cibo con la mano sinistra e mangiava senza grazia alcuna o piacere.

da La canzone del domani di R.L.Stevenson in "Favola crudele" ed. Fiabesca

sabato 25 marzo 2017

Il timo e il tempo



In inglese, il timo (nome scientifico thymus, ne esistono molte varietà) e il tempo (il tempo che scorre, non quello atmosferico) sono scritti in maniera diversa, ma la pronuncia è uguale. L'erba aromatica è thyme, il tempo è time. Su questo gioco di parole si basa una canzone tradizionale di area britannica, "Let no man steal your thyme": rivolto alle giovani donne, è un avvertimento. "Non lasciate che un uomo rubi il vostro tempo" (pardon: timo). "Venite, venite, voi belle e tenere ragazze, che fiorite nella vostra primavera: fate attenzione, tenete in ordine il vostro giardino.". Gli uomini vengono, prendono quello che gli piace, poi se ne vanno: fate attenzione...
(la voce è quella, magnifica, di Jacqui Mc Shee; tratto da THE PENTANGLE - 1st album, 1968)


giovedì 23 marzo 2017

La sirena di pietra

disegno di Moebius
«Proseguimmo, galleggiando, verso il centro di questo luogo strano – con acqua tutto attorno a noi come mai mi era capitato di vedere – e gruppi di case, chiese, e moltissimi edifici imponenti che si levavano da essa; e ovunque lo stesso straordinario silenzio. Poco dopo, attraversammo veloci un corso d’acqua ampio e aperto, e passammo davanti a quel che mi sembrò un vasto molo lastricato dove i fanali splendenti che lo illuminavano mostravano lunghe file di archi e colonne di possente costruzione e grande solidità, ma leggere a vedersi quanto ghirlande di brina o ragnatele, là, per la prima volta, vidi camminare della gente. Arrivammo, così, a una scalinata che dall’acqua portava a un grande palazzo dove, dopo aver attraversato innumerevoli corridoi e gallerie, mi coricai per riposare, e ascoltai le nere imbarcazioni passare discrete su e giù sotto la mia finestra, sull’acqua increspata, finché mi addormentai.»

( C. Dickens, Immagini d’Italia – Un sogno italiano – 1846 )


martedì 21 marzo 2017

Bip Bip

Come tutti, ho sempre pensato che Bip Bip fosse uno struzzo; come tutti quelli che sanno un pochino di inglese, ho pensato che "roadrunner" significasse solo la sua traduzione letterale, "uno che corre sulla strada". Invece mi sbagliavo, non solo Bip Bip non è uno struzzo, ma "roadrunner" è il nome di un uccello che esiste per davvero, diffuso in molti Stati americani e anche in Messico.


Da noi non esiste, ma a Hollywood e dintorni certamente è una presenza familiare; sa volare ma il più delle volte cammina, velocemente, non veloce come Bip Bip ma quello lo si dà per scontato. Una gallina, verrebbe da dire a vederlo qui da noi, abituati ai polli, ai fagiani, ai piccioni, che hanno abitudini abbastanza simili. Invece no, il roadrunner è parente del cuculo. Il suo nome scientifico è Geococcyx californianus, ed appartiene alla famiglia dei Cuculidae.


Stabilito tutto questo, prendo in mano la foto del Geococcyx californianus e il disegno del cartoon, e li confronto: no, bipbip, ciuffetto a parte, non somiglia molto al roadrunner. Somiglia di più a uno struzzo. Ha qualcosa del roadrunner, ma per me resterà sempre uno struzzo. Anzi, no, Beep Beep (per usare la grafia originale, almeno una volta in questo post) è una Creatura Fantastica, forse anche Mitologica, e come tale va trattata. Quanto al Coyote, beh, lui è umano. Umanissimo. Quanti sforzi facciamo anche noi, quante preoccupazioni, quanta insistenza sui dettagli, per poi scoprire alla fine che è stato tutto inutile...
Ma del Coyote per oggi non ci occupiamo, ne parleremo a tempo debito: Beep Beep mi è già scappato via, l'ho fermato per un istante ma chissà dov'è a quest'ora. Scusatemi, corro a vedere dov'è andato. Devo. Devo proprio. I'm sorry, but I must.


(nelle immagini: il roadrunner da Wikipedia; un disegno originale di Chuck Jones; et moi)

domenica 19 marzo 2017

Il gatto heideggeriano

Ma è venuto il momento di immortalare il campione mondiale di tutti i tempi di salto in basso, il mitico gatto heideggeriano della Giudecca.
 Il micio in questione, tale Pucci, tre quarti di secolo fa amava addormentarsi sul davanzale di una casa al terzo piano: crogiolandosi – come si suol dire – beatamente al sole. 
Per non essere disturbato da nessuno, Pucci usciva sul terrazzino, si arrampicava sulla balaustra, da lì saltava sul davanzale accanto e si distendeva all’esterno degli scuri chiusi. Quando la mia bisnonna apriva gli scuri, Pucci si ritrovava di colpo sbalestrato nel vuoto, miagolava di spavento e assumeva in un baleno la stessa posa aerea degli scoiattoli volanti, delle scimmie dotate di membrane planari: i gatti sono provetti cascatori.
 I ragazzini che giocavano in calle tenevano sempre d’occhio quella finestra al terzo piano: ogni volta che avvistavano Pucci di ritorno sul davanzale, facevano passare una mezz’ora, lasciavano che il gatto si appisolasse in pace, dopodiché chiamavano alla finestra la mia bisnonna che si riaffacciava aprendo di scatto gli scuri.
Ci si domanda spesso se gli animali sognino, se siano anch’essi travagliati da incubi simili ai nostri, come quelli che si concludono con una caduta nel vuoto, sogni che sprofondano in se stessi fino a sfondarsi in un risveglio rassicurante sul guanciale. Consideriamo ora l’esperienza di questo gatto heideggeriano che, proveniente da un placido sonnecchiare, spalancava gli occhi sulla caduta. Negli stessi anni il filosofo Martin Heidegger spiegava che venire al mondo è come essere gettati, è una caduta dell’essere che si tuffa nel tempo.
 La vita è un gatto addormentato sul davanzale che si sveglia all’improvviso cadendo dal terzo piano.


Tiziano Scarpa, Venezia è un pesce