mercoledì 20 settembre 2017

Cardellino


Nei tempi antichi viveva in Irlanda un nobile uomo della casata dei Fitzgerald. Il suo nome era Gerald, ma gli Irlandesi, che avevano sempre avuto molta considerazione per la sua famiglia, lo chiamavano Gearoidh Iarla, il Conte Gerald. Aveva un grande castello, o meglio una fortezza, a Mullaghmast; e ogni volta che il governo inglese si provava a recare un torto alla sua patria era sempre pronto a prenderne le difese. Oltre a essere un valoroso condottiero in battaglia e abilissimo nell’usare ogni tipo d’arma, era esperto in magia nera ed era capace di assumere qualunque forma volesse. Sua moglie sapeva di questo potere e spesso gli chiedeva di farla partecipe di qualcuno dei suoi segreti, ma mai il Conte aveva voluto accontentarla. Lei insisteva soprattutto per vederlo sotto qualche strana sembianza, lui però continuava a rimandare con un pretesto o l'altro. Ma non sarebbe stata donna se non avesse avuto perseveranza. Il marito infine l’avvertì che se si fosse spaventata anche solo un po' mentre lui si trovava fuori dalla sua forma naturale, non gli sarebbe più stato possibile riacquistarla prima che molte generazioni di uomini fossero andate sotto terra. «Oh! Non sarebbe stata la moglie adatta per Gearoidh Iarla se avesse potuto spaventarsi facilmente. Se solo lui l’avesse accontentata in questo suo capriccio, avrebbe visto quant'era coraggiosa!»


Così una bella sera d’estate mentre stavano seduti nel grande salone, egli volse il viso dall’altra parte, mormorò alcune parole e, in un batter d’occhio, era bell'e che sparito e un grazioso cardellino svolazzava per la stanza. La moglie, per quanto si ritenesse coraggiosa, ne fu un po' spaventata ma seppe controllarsi abbastanza bene, soprattutto quando l’uccellino andò a posarsi sulla sua spalla, sbatté le ali, appoggiò il beccuccio alle sue labbra e cinguettò la più bella melodia che mai si fosse udita. La bestiola si mise a disegnar cerchi per la stanza, giocò a rimpiattino con la sua dama, volò in giardino, tornò indietro, si posò sul suo grembo come addormentato e balzò via di nuovo.
Quando il gioco era durato abbastanza da soddisfare entrambi, spiccò un altro volo all’aperto; ma, parola mia, non ci mise molto a tornare. Volò dritto in seno alla sua donna e, l’attimo seguente, un falco rapace si precipitava dietro di lui. La donna diede uno strillo acuto, sebbene non ce ne fosse bisogno, perché il terribile uccello - entrato come una freccia - andò a sbattere contro un tavolo con tale violenza che la vita gli schizzò fuori. Dal corpo scosso dai tremiti della bestia la dama volse lo sguardo al luogo dove, un attimo prima, aveva visto il cardellino: ma non posò mai più gli occhi né sul cardellino né sul Conte Gerald.
Una volta ogni sette anni il Conte cavalca per la grande pianura del Kildare su un destriero dagli zoccoli d’argento che, al tempo in cui sparì, erano spessi mezzo pollice: quando questi zoccoli saranno diventati sottili come l’orecchio di un gatto, egli sarà restituito alla società dei viventi, combatterà una grande battaglia contro gli Inglesi e regnerà sull’Irlanda per quarant’anni. Assieme ai suoi guerrieri dorme ora in una lunga caverna sotto il Forte di Mullaghmast. Nel mezzo della caverna si allunga una tavola: il Conte sta al posto d’onore e i suoi soldati, vestiti delle loro armature, siedono ai due lati con la testa appoggiata sul piano. I cavalli, sellati e imbrigliati, stanno ritti ai loro posti dietro i padroni, su entrambi i lati; e quando il giorno verrà, il figlio del mugnaio che nascerà con sei dita per mano suonerà la sua tromba, e i cavalli scalpiteranno e alzeranno nitriti, e i cavalieri si sveglieranno e monteranno sui loro destrieri per andare a combattere.
In una notte che si ripete ogni sette anni, mentre il Conte cavalca per la grande pianura del Kildare, l’accesso può esse visto da chiunque si trovi a passare di lì. Circa cento anni fa un mercante di cavalli che, un poco ubriaco, era fuori sul tardi, vide la caverna illuminata e vi entrò. Le luci, il silenzio e la vista degli uomini con l’armatura lo intimorirono non poco ed egli ridivenne sobrio. Le mani cominciarono a tremargli e una briglia gli cadde sul pavimento. Il suono del morso echeggiò per tutta la lunga caverna, e uno dei guerrieri che stava vicino a lui sollevò leggermente la testa e, con una voce fonda e roca, disse: - E già ora? - L’uomo ebbe la presenza di spirito di rispondere: - Non ancora, ma lo sarà presto, - e il pesante elmo ricadde sulla tavola. Il mercante di cavalli usci più in fretta che poté, e io non ho mai sentito di altri cui sia capitata una simile avventura.
L’ultima volta che Gearoidh Iarla è riapparso, gli zoccoli del cavallo erano sottili come una moneta da sei penny.

William Butler Yeats, L’incantesimo di Gearoidh Iarla; da "Fiabe irlandesi", pag.373-374 ed. Einaudi 1981, traduzioni di Maria Giovanna Andreolli e Melita Cataldi.

(il cardellino prigioniero è di Karel Fabritius, anno 1654)

sabato 16 settembre 2017

Erbabianca


Si conta e si racconta a lorsignori che c’era una volta e c’era un Re e una Regina. La Regina ogni figlio che faceva era una femmina. Il Re, che desiderava un maschio, s’arrabbiò e disse: - Se fai un’altra femmina, te l'ammazzo. La povera moglie, angustiata, finì per mettere al mondo proprio un’altra femmina, ma così bella come non se n'erano mai viste. Per timore che il marito gliel’ammazzasse, disse alla comare:
- Se la prenda vossignoria, questa creatura, e ne faccia quel che meglio crede.
La comare la prese e si disse: «Che posso fare io d’una bambina? » e andata in aperta campagna, la pose su un cespuglio d’erba bianca.
In quella campagna stava un eremita. Nella sua grotta l’eremita aveva una cerva che stava nutrendo i cerbiattini appena nati. Ogni giorno, la cerva usciva per cercarsi da mangiare. Quella sera, quando la cerva tornò nella grotta, i cerbiattini cercarono di succhiare il latte, ma le mammelle della cerva erano vuote e i cerbiattini restarono a bocca asciutta. Lo stesso si ripeté il giorno dopo, e il giorno dopo ancora: i cerbiattini stavano morendo di fame. L’eremita, che ne aveva compassione, si mise dietro alla cerva, e vide che il latte andava a darlo a una bambina che stava in un cespuglio d’erba bianca. L’eremita prese in braccio la bambina, e se la portò nella grotta. Disse alla cerva:
- Nutriscila qua,e dividi il tuo latte tra lei e i tuoi cerbiatti -.

giovedì 14 settembre 2017

Sì dolce è 'l tormento

particolare di un dipinto di Benozzo Gozzoli
Claudio Monteverdi  mette in musica un testo di Carlo Milanuzzi e dà vita a una composizione di grande suggestione , Si dolce è 'l tormento

Qui l'interpretazione di Anne Sofie Von Otter e qui la riscrittura di Paolo Fresu e Uri Caine


Sì dolce è 'l tormento
Ch'in seno mi sta,
Ch'io vivo contento
Per cruda beltà.
Nel ciel di bellezza
S'accreschi fierezza
Et manchi pietà:
Che sempre qual scoglio
All'onda d'orgoglio
Mia fede sarà.


La speme fallace
Rivolgam' il piè.
Diletto né pace
Non scendano a me.
E l'empia ch'adoro
Mi nieghi ristoro
Di buona mercé:
Tra doglia infinita,
Tra speme tradita
Vivrà la mia fè.

Per foco e per gelo
Riposo non hò.
Nel porto del Cielo
Riposo haverò.
Se colpo mortale
Con rigido strale
Il cor m'impiagò,
Cangiando mia sorte
Col dardo di morte
Il cor sanerò.

Se fiamma d'amore
Già mai non sentì
Quel riggido core
Ch'il cor mi rapì,
Se nega pietate
La cruda beltate
Che l'alma invaghì:
Ben fia che dolente,
Pentita e languente

Sospirimi un dì.

martedì 12 settembre 2017

Corvi

Dormii tutto il resto di quella notte, e dimenticai, ma quando mi svegliai era ancora tempo notturno.
Ceneri fredde avvolgevano, nel ghiaccio dei monti, la Sicilia, e il sole non si era levato, non si sarebbe più levato. Era notte senza la calma della notte, senza il sonno; per l'aria volavano corvi; dai tetti, dagli orti partiva ogni tanto uno sparo.
- Cos'è? - chiesi a mia madre.
- Mercoledì, - mia madre rispose.
Essa era tranquilla, di nuovo con la sua coperta sulle spalle, con gli scarponi da uomo ai piedi, ma d’umor chiuso, negata a parlare.
- Oggi riparto, - le dissi.
Mia madre si strinse nelle spalle; seduta con sul capo la cenere che avvolgeva la Sicilia.
- Ma che cos’è? - gridai.
Mi alzai e uscii sul pianerottolo, e mia madre lentamente mi seguì. Era come se mi sorvegliasse.
«Pam! » fece un fucile.
- A che tirano? - io chiesi.
Mia madre s`era fermata sulla porta e guardava in alto, dove volavano i corvi.
- A loro? - chiesi io.
- Sì, a loro, - mia madre rispose.
Di nuovo scoppiò una fucilata, e lacerò la cenere dell'aria, i corvi gracchiarono invulnerabili.
- Ridono, - io osservai.
- Non t’è passata la sbornia? - disse mia madre.
La guardai; essa era lì, ripeto, come se mi sorvegliasse.
- Avevo la sbornia? - chiesi.
- Non lo sai nemmeno? - disse mia madre. - Sei tornato preciso come tuo padre quando tornava con la sbornia. Nero. E sei andato a gettarti sul mio letto, mi hai fatto dormire sul sofà.
Scoppiò un’altra fucilata.
- Io non capisco che vi succede, - mia madre continuò. - Tuo nonno cantava e scherzava quando aveva bevuto.
Una quarta fucilata si alzò da un orto, una quinta seguì, ma i corvi volavano sempre invulnerabili per l’alta cenere del cielo, e non cambiavano mai traiettoria, e gracchiavano, ridevano.
- Perché questi corvi? - esclamai.
Ora mia madre era diventata attenta, guardava aspettando che qualcuno degli uccelli cadesse.
- Ma davvero tirano a loro? - io le chiesi.
Una sesta, una settima fucilata fallirono, e mia madre si stizzì.
- E' inutile. Non li pigliano, - disse.
Rientrò in casa e tornò di corsa con una doppietta, si mise a sparare anche lei.
«Pam! Pam!»
Ma nulla alterò l'irraggiungibile volo dei corvi.
- Ridono - io osservai.
«Pam! Pam! Pam!» mia madre rispose.
Allora si alzò una voce di grassa donna dal piede della scaletta e portò un annuncio a mia madre, le gridò, fra gli spari e i corvi: - Madre fortunata!

(Elio Vittorini, da Conversazione in Sicilia, pag.320-322 ed. Rizzoli 1999)
(disegno di Albert Weisgerber, inizi '900)

domenica 10 settembre 2017

Les adieux, l'absence, le retour



La stazioncina era deserta, a quell'ora. Uscii nel piccolo spazio che la fronteggiava. Era un giardinetto con due palme e due panchine, limitato da una siepe di pitosfori che mandavano un forte profumo. Oltre la siepe si intuiva il mare. Il terreno era cosparso di sabbia e di ciottoli di mare. Era proprio una stazioncina della Riviera come l'avevo sempre immaginata. Vidi passare un treno a tutta velocità. Era diretto in Francia, non c'era dubbio, e la Francia era oltre le luci del golfo. (...) 

Mi sedetti su una panchina di legno, proprio sotto una palma, e guardai in alto. C'era una luna all'ultimo quarto, ed era bianca come il latte. Cercai in un altro angolo del cielo, e vidi una stella che mi era cara. Allungai le gambe, appoggiai la testa allo schienale e rimasi a fissare il cielo.
La musica arrivò dal fondo della piccola discesa costeggiata dai pitosfori. La riconobbi, era una melodia di Beethoven intitolata Les adieux, l'absence, le retour ( qui ).

Vidi venire avanti uno strano individuo. Portava una marsina spiegazzata, un cilindro bianco, e imbracciava un violino. Era scalzo. Arrivò davanti a me e si tolse educatamente il cappello. Buonasera, disse, benvenuto in questa stazioncina della Riviera dove forse lei sognava di arrivare un giorno. Mi chiese il permesso e si sedette accanto a me.

Antonio Tabucchi, Per Isabel , ed. Feltrinelli
                                 Un mandala





venerdì 8 settembre 2017

Falco, mio falco


Voce del falcone: (con dolore)
Ma come posso non piangere?
Ma come posso non piangere?
La donna non getta ombra,
l'Imperatore deve diventare pietra!
(Hugo von Hofmannstahl, da "La donna senz'ombra" di Richard Strauss)




L'Imperatore va a caccia e ferisce una gazzella, che si rivelerà essere una donna giovane e bella: un inizio davvero da favola. Ma l'opera non inizia così, tutto questo è già successo e quando si apre il sipario noi siamo più avanti, molto più avanti, prossimi alla tragedia. Potrà acquistare forma umana la giovane donna, che nel frattempo ha sposato l'uomo che l'aveva ferita? Il falco dell'Imperatore, dato per perduto, ritorna con questo messaggio: se la donna non trova l'ombra, cioè se esce definitivamente dal mondo degli spiriti, l'Imperatore verrà punito e diventerà pietra. Qui comincia "La donna senz'ombra", e ciò che segue è la storia della ricerca della natura umana, cioè dell'ombra (e della maternità). Per fare questo, la donna dovrà uscire dal palazzo, scendere tra gli umani, mischiarsi a loro.
Ce ne è abbastanza per innamorarsi di quest'opera, anche perché la musica è molto bella. A me è andata bene, nel 1986 ho trovato sulla mia strada Wolfgang Sawallisch che, alla Scala di Milano, mi ha condotto per mano in uno dei testi più complessi mai scritti: « La donna senz'ombra ha fama di essere uno dei libretti più difficili che si conoscano, oltre che uno dei più belli; ed è una fama giustificata. (Roberto Calasso, dal programma di sala 1985-86) »


La donna senz'ombra (Die Frau ohne Schatten) è stata scritta fra il 1914 e il 1917, la prima rappresentazione è del 1917, in tempo di guerra. Forse questo è stato il vero difetto di Richard Strauss (grandissimo musicista): vivere in un mondo da favola mentre il mondo intorno a lui faceva tutt'altra scelta.
dalla Premessa di Hugo von Hofmannstahl:
Durante una battuta di caccia l'Imperatore delle isole del Sud Ovest ferisce al collo una gazzella bianca, che si trasforma in una giovane donna, bellissima: la figlia del Re degli Spiriti. La sposa, ma dopo il matrimonio la donna perde il magico potere di trasformarsi in animale. D'altra parte, non è ancora un vero essere umano: le manca l'ombra e non è madre. due manifestazioni che hanno lo stesso significato. Intanto, il Re degli Spiriti è in collera con la figlia e manda segretamente dei messaggeri, che vengono ricevuti dalla nutrice; i due sposi ignorano questi fatti e godono del loro amore. Stanno insieme durante la notte e si dividono durante il giorno; l'Imperatore va a caccia e l'Imperatrice resta sola con la nutrice. Una mattina, sopra il padiglione solitario del giardino dove l'Imperatrice vive lontana da ogni estraneo, volteggia un falco. E' il falco preferito dall'Imperatore, che si era perso da quella battuta di caccia e con cui aiuto era stata catturata la gazzella bianca. Il suo minaccioso e triste richiamo suona all'orecchio dell'Imperatrice come una voce umana: «Il tempo è presto scaduto e ancora la donna è senz'ombra, così l'Imperatore dovrà trasformarsi in pietra.» L'Imperatrice comprende bene il significato del messaggio: lei ha lasciato il mondo dei demoni ma l'amore che l'Imperatore nutre per lei è soltanto gelosia e lussuria, non può farla entrare nella sfera degli esseri umani. Lei resta fra due mondi: uno non la lascia andare, l'altro non l'accetta ancora. Però la maledizione non colpirà lei ma suo marito, colpevole d'egoismo. Lei capisce e si spaventa, ma nello stesso momento trova la forza e il coraggio di affrontare la minaccia: così vuole conquistarsi l'ombra a costo di qualsiasi sacrificio.
Qui comincia l'opera. Buon ascolto, non è facile ma ne vale la pena. PS: le immagini per forza di cose saranno sempre un po' goffe; nessuna messa in scena può valere la forza del vostro immaginario. Nel caso, chiudete gli occhi e ascoltate la musica. ( un clic qui )
Die Stimme des Falken:
(klagend)
Wie soll ich denn nicht weinen?
Wie soll ich denn nicht weinen?
Die Frau wirft keinen Schatten,
der Kaiser muss versteinen!

(dipinto di Andrew Wyeth, 1948)

mercoledì 6 settembre 2017

Il giardino segreto di Wim Mertens


Wim Mertens è un pianista e compositore fiammingo, autore anche di colonne sonore per il cinema ( ha scritto per Peter Greenaway ) e il teatro. Ho sentito per la prima volta qualcosa di suo molti, molti anni fa, non ricordo più in quale circostanza. Comprai anche un disco, Vergessen; lo ascoltai con sorpresa, stupore forse perché all’epoca ( anni Ottanta ) quel tipo di musica, vicina a quella minimalista, era ancora appannaggio di pochi e non aveva molta possibilità di diffusione. Mi piaceva la reiterazione dei motivi, con piccoli scarti, minime variazioni. Nella dimensione estatica penso si entri così, tutto sommato, accedendo al circolo creato da suoni che ritornano continuamente su se stessi. 




Interessante la risposta che Mertens dà a una domanda posta durante un’intervista; a proposito del modo adottato da alcuni per definire le sue composizioni, considerate “meditazioni”, “filosofia della musica” .
Mertens afferma:

"La musica va sempre più in là della filosofia perché lavora con mezzi impalpabili, mentre la filosofia usa le parole per descrivere cose che nella musica esistono già. Inoltre la musica ha delle regole ma, anche, vie di fuga che le permettono di abbattere gli steccati."  ( fonte )


La precisazione di Mertens mi ha fatto pensare a una illuminante considerazione di Elémire Zolla sull’insufficienza della parola e, dunque, indirettamente, sulla qualità più elevata di altre espressioni che di parole sono prive, come quelle musicali. Zolla osserva ( vado a memoria ) che la parola è un povero mezzo e che con chi di parola è privo, per esempio un animale, la comunicazione per l'uomo è molto più intima. Per entrare in una dimensione comunicativa con qualcosa o qualcuno diverso da noi bisogna "imitarne" il suono, il ritmo, l'essenza.



Lascio qui un link a Often a bird, uno dei brani di un album di Mertens, Jardin clos.






Il secondo video di cui riporto il link ( un clic qui ) ha come tema musicale sempre Often a bird ma il brano si lega a una serie di immagini che rimandano alla sequenza di Fibonacci e dunque alla sostanziale unità del tutto.





Nell'ultimo video ( un clic qui ) uno dei brani del primo disco che ascoltai di Mertens. Anche qui c'è qualcosa che cresce e poi si ritira; a me ricorda il movimento di un'onda o di un respiro.




lunedì 4 settembre 2017

Luccio


IL LUCCIO
Immobile, all'ombra d'un salice, è il pugnale nascosto nella cintura del vecchio bandito.

(Jules Renard, Storie naturali, pag.64 ed. Fabbri 2001, traduzione di Aldo Gabrielli)


(Giappone, periodo Edo)

sabato 2 settembre 2017

walk to the Paradise garden



A Village Romeo and Juliet è il titolo di un dramma lirico del compositore inglese Frederick Delius. L’opera, sulla falsariga del celebre dramma di Shakespeare, narra la storia di due innamorati, Sali e Vreli, e contiene un intermezzo sinfonico ( qui ), il cui titolo,  Walk to the Paradise Garden, viene adottato da William Eugene Smith per un suo celebre scatto, quello che riprende i suoi figli, Pat e Juanita,  che si avviano verso una radura.



William Eugene Smith rcconta così la foto:

"While I followed my children into the undergrowth and the group of taller trees – how they were delighted at every little discovery! – and observed them, I suddenly realized that at this moment, in spite of everything, in spite of all the wars and all I had gone through that day, I wanted to sing a sonnet to life and to the courage to go on living it….
Pat saw something in the clearing, he grasped Juanita by the hand and they hurried forward. I dropped a little farther behind the engrossed children, then stopped. Painfully I struggled — almost into panic — with the mechanical iniquities of the camera….
I tried to, and ignore the sudden violence of pain that real effort shot again and again through my hand, up my hand, and into my spine … swallowing, sucking, gagging, trying to pull the ugly tasting serum inside, into my mouth and throat, and away from dripping down on the camera….
I knew the photograph, though not perfect, and however unimportant to the world, had been held…. I was aware that mentally, spiritually, even physically, I had taken a first good stride away from those past two wasted and stifled years."



 ( qui qualcosa su W.E. Smith )


giovedì 31 agosto 2017

Bahia, Brasile


Bahia, Brasile, 1838
(...) Questi sono gli elementi del paesaggio, ma è un tentativo senza speranza quello di descrivere l’effetto generale. Dotti naturalisti descrivono questi spettacoli dei tropici nominando una quantità di oggetti ed enumerando qualche loro particolare caratteristico. Per un dotto viaggiatore ciò può forse dare qualche idea definita, ma chi, vedendo una pianta in un erbario, può immaginare il suo aspetto quando cresce sul suo terreno nativo? Chi, vedendo delle piante in una serra, può ingrandirne alcune fino alle dimensioni degli alberi nella foresta e ammucchiarne altre in una giungla intricata? Chi, guardando nello studio di un entomologo le brillanti farfalle esotiche e le singolari cicale, assocerà a questi oggetti senza vita l'incessante musica di queste ultime e il volo pigro delle prime, costanti ornamenti del meriggio tranquillo e ardente dei tropici? E' quando il sole ha raggiunto la sua altezza maggiore che si devono vedere tali spettacoli; allora il denso e splendido fogliame del mango nasconde il terreno con la sua ombra più scura, mentre i rami superiori sono del verde più brillante per la profusione della luce. Nelle zone temperate il caso è diverso; qui la vegetazione non è così scura o così ricca e perciò i raggi del sole declinante, tinti di rosso, di porpora o di giallo brillante, accrescono la bellezza di quei climi.
Mentre camminavo tranquillamente lungo i sentieri ombrosi e ammiravo ogni panorama che si susseguiva, desideravo trovare parole capaci di esprimere le mie idee. Qualsiasi aggettivo mi sembrava troppo debole per dare a quelli che non hanno visto le regioni intertropicali la sensazione di delizia che prova la mente. Ho detto che le piante in una serra non danno una giusta idea della vegetazione, ma devo ricorrere a questo paragone. La terra è una grande, selvaggia, disordinata e lussureggiante serra, fatta dalla natura stessa, ma della quale si é impossessato l’uomo, che l'ha riempita di case allegre e di giardini ordinati. Come sarebbe grande il desiderio di ogni ammiratore della natura di vedere, se fosse possibile, il paesaggio di un altro pianeta! Eppure si può dire con verità a ogni persona in Europa che soltanto alla distanza di pochi gradi dalla sua terra natale gli splendori di un altro mondo sono aperti per lui. Durante la mia ultima passeggiata mi fermavo ogni tanto ad ammirare quelle bellezze e mi forzavo di fissare nella mia mente per sempre un'impressione che sapevo che col tempo, prima o poi, sarebbe svanita. Le forme dell'arancio, della palma, del cocco, della felce arborea e del banano resteranno nitide e distinte; le mille bellezze che le fondono in uno scenario perfetto svaniranno, ma lasceranno, come un racconto udito nella fanciullezza, un quadro pieno di figure indistinte, ma bellissime.
(Charles Darwin, Viaggio di un naturalista intorno al mondo, pag.607 ed. Giunti 2002, traduzione di Mario Magistretti)


(il dipinto di Henri Rousseau è del 1907, l'immagine di Darwin viene dal sito "Projeto Darwin na Bahia")



martedì 29 agosto 2017

La memoria di Venezia


Venezia, la città che amo di più al mondo, è soprattutto un labirinto. Esattamente come la rappresentò, nel 1500, con le sue tavole incise nel legno di pero, Jacopo de' Barbari, nella sua sorprendente Veduta a volo d'uccello ( qui ). Una Venezia quasi spettrale, che fa venire le vertigini per la precisione dei suoi dettagli. Le calli e i ponti, che spesso non conducono da nessuna parte e ti fanno tornare al punto di partenza. Quando ci si perde per Venezia si riacquistano le immagini del proprio passato, attraverso percorsi attorcigliati.
C'è un dettaglio che Jacopo de' Barbari non poteva mettere a fuoco e che è frequente meta delle mie visite e utile appiglio dei miei ricordi. Nell'alto e vecchio muro che delimita la Corte Centani, sulla Fondamenta Venier dai Leoni, dietro la fondazione Guggenheim, a tre metri di altezza, sta conficcata una testina di marmo bianco. Sembra un fantasma, o uno Zefiro, che voleva sbucar fuori, ma è rimasto impigliato nel momento di trapassare i mattoni. E' il volto di un rubicondo ragazzo con le guance gonfie e la bocca contratta, come se stesse per emettere un soffio.
Venezia è piena di pezzi di statue antiche incastonate negli angoli e nelle pareti dei suoi palazzi. Come le statue dei Mori, che danno il nome alle Fondamenta e al Campo. Uno se li trova di fianco all'improvviso, alla propria altezza come viandanti freddi e misteriosi. ( qui )
Questi frammenti mostrano come parte della bellezza della città lagunare sia stata costruita con le razzie dei palazzi dell’Oriente. Ogni nave che tornava trasportava  – anzi: doveva per obbligo  portare – statue, colonne, pavimenti che servivano ad abbellire la città. La Basilica di San Marco è l’esempio più vistoso di un patchwork di furti, un collage di stili e materiali, estratti dal loro contesto e funzioni originali, che la rendono unica e inimitabile. Mi pare che così anch’io scrivo quando racconto miei ricordi: a volte rubo pezzi da altre storie, incastonandoli nelle mie.

Francesco M. Cataluccio, L'ambaradan delle quisquiglie, ed. Sellerio


giovedì 24 agosto 2017

Isole ( I )


C'è stato un tempo in cui si mandavano le cartoline. Oggi si fa tutto on line, mi dicono.



 CUBA

Sulla spiaggia dell'Avana
c'è una pendola che suona;
forse è un'ombra che mi chiama
forse è il tempo che cammina -
passa il tempo anche all'Avana... 


AZZORRE

L'azzurro delle Azzorre è un azzardo
lo guardo e mi si sperde lo sguardo             
e ancora un poco e il cuor mi si spaura
con questo cielo che invita all'avventura
e l'infinito nel quale mi perdo.



CARTOLINA
(DAL VECCHIO QFWFQ)

Ricordo un giorno all'isola di Giava
Ricordo ancora del caldo che faceva
Correva il tempo in cui Berta filava
Noi si cantava e il pitecantropo stonava
Ricordo ancora infine che pioveva.



MALDIVE

Una mappina delle Maldive
per ricordare il mio atollo dov'è:
è là che un dolce ricordo vive...
Di quell'atollo vicino a Malè
adesso la mia matita scrive.


Emilio Gauna (Giuliano Bovo), da Golem n.39, aprile 2004 (isole)
(il disegno è di Moebius; il terzo limerick è un piccolo omaggio a Italo Calvino)

mercoledì 23 agosto 2017

Isole ( II )


EBRIDI

Tempesta sulle Ebridi;
del mare qui fra i torbidi
a navigare intento
stravolto ma contento
in porto anch'io alle Ebridi.




ITACA

Nel mare antico d'Itaca
ricordo una sera estatica
passata sul mare al tramonto
vivendo in un lieto presente
pensando ma solo un istante
di Ulisse e Penelope ad Itaca.



STROMBOLI

Questo è il vulcano che si chiama Stromboli:
lo affronterò così, senza preamboli,
riverserò sull'isola i miei palpiti
stringerò il petto entro profondi spasimi
m'immergerò nel fondo dei miei simboli.



(limericks di Emilio Gauna / Giuliano Bovo, da Golem anno 2004)


(illustrazione di Albert Aublet, 1851-1938)

martedì 22 agosto 2017

Isole ( III )



PANTELLERIA 1

I've found my love here in Pantelleria:
she's a nice girl and her name is Lucia;
but I'm so shy and so when she comes near
my heart begins to thump - oh dear!
I've found my love, but I can't tell her here...



PANTELLERIA 2

Trovo l'amore qui a Pantelleria:
è assai carina e il suo nome è Lucia;
mi sta vicino e mi fa tanta compagnia,
le voglio bene ma c'è qui sua zia:
io l'ho trovata e non la posso portar via...



HISPANIOLA, 1492

Come Colombo che avvista l'Hispaniola
stanco avvilito di tanto navigare
anch'io mi trovo fremente ad esultare
di questa novità che m'appassiona:
ma è solo un buco su una carta nuova.



BALEARI

Navigo inquieto nel mare di Minorca;
non è lontana la sponda di Maiorca;
buone correnti mi trascinano veloce
e mi ritraggo nel guscio di mia noce:
son specialista nel tirare i remi in barca.



(limericks di Emilio Gauna / Giuliano Bovo, pubblicate da Golem anno 2004)
(foto datata Chicago anni '60, trovata on line)

domenica 13 agosto 2017

I fratelli di Snoopy ( I )


Un cane non nasce mai da solo, non esistono figli unici tra i cani. Anche Snoopy non fa eccezione alla regola, e anzi ha molti fratelli e perfino una sorella; Charles Schulz lo sapeva ed è andato a cercarli uno per uno (ma a volte anche in coppia). Quello che ha avuto più spazio è Spike, probabilmente uno dei personaggi meglio definiti degli ultimi anni dei Peanuts. Spike è una parola inglese che significa (più o meno) chiodo, qualcosa fatto a punta: di conseguenza, chi si chiama Spike deve essere un tipo magro e affilato. Spike ha lunghi baffi spioventi (da messicano?) e vive nel deserto, da solo; la conseguenza di questo vivere da solo è che parla con i cactus. Si ritrova con suo fratello Snoopy dopo molto tempo, si trovano bene insieme ma poi Spike decide che nel deserto sta meglio. Si rivedono spesso, e ritroveremo Spike anche in altre strips con riunioni di famiglia.
(1-continua)

giovedì 10 agosto 2017

I fratelli di Snoopy ( II )


Dopo aver ritrovato Spike, Snoopy scopre di avere altri due fratelli, uno con il pelo lungo e l'altro grosso e grasso. Charles Schulz dedica loro poco spazio, al di là del divertimento di averli disegnati non rimane molto: giusto il tempo per far vincere a Olaf (quello grasso) un premio per il cane più brutto. Le sorprese però non sono finite qui, Snoopy ha in giro un altro fratello, e anche una sorella.
(le vignette sono datate 1998).


(2-continua)

martedì 8 agosto 2017

I fratelli di Snoopy ( III )


La sorella di Snoopy risale al 1976, quindi è da considerare come la prima "variazione sul tema" proposta da Charles Schulz ai suoi lettori. Si chiama Belle, e - sorpresa - ha anche un figlio; quindi Snoopy si ritrova ad essere zio. Belle è molto graziosa e vorremmo saperne di più, ma Schulz la lascia qui e le dedica poco spazio. La ritroveremo però più avanti, nelle fantasie belliche di Snoopy (quelle sul Barone Rosso, la prima guerra mondiale), e stavolta insieme a Spike. Ne porterò qui qualcosa, ma, prima, c'è da presentare un altro fratello di Snoopy: Pallino.


(3-continua)
(le strips vengono dal mensile "Linus", anni 70-80-90)

lunedì 7 agosto 2017

I fratelli di Snoopy ( IV )


Ecco dunque Pallino (non sono riuscito a trovare il nome originale, peccato): facendo i conti, Snoopy compreso, siamo arrivati a sei: Snoppy, Belle, Spike, Pallino, Olaf il brutto, e il peloso rimasto senza nome (forse per colpa mia che non ho recuperato la strip giusta). Sei cuccioli, insomma una cucciolata normale se sei una femmina di cane. Sappiamo anche il luogo dove sono nati i cuccioli, l'allevamento della Quercia. Pallino è stato pubblicato da noi nel 1983, sempre sul mensile "Linus"; a me spiace che non sia stato più ripreso da Schulz, perché vederlo in coppia con Snoopy è molto divertente. Con la famiglia di Snoopy avrei finito, ma mi prendo ancora un paio di puntate: perché mi piace, e perchè ce ne è motivo.



PS: l'espressione di Snoopy, "il bambino con la testa rotonda", mi è sempre piaciuta moltissimo. Io direi che è da vero osservatore di animali: di sicuro anche loro ci danno dei nomi, ma noi non lo sapremo mai. (E' probabile che le gatte del mio giardino, quando parlano tra di loro, mi chiamino più o meno così, "bambino" a parte). 
PPS: facendo clic sull'immagine si legge tutto molto meglio.
(4-continua)

domenica 6 agosto 2017

I fratelli di Snoopy ( V )

Snoopy contro il Barone Rosso, e la cuccia trasformata in biplano: la fantasia preferita di Snoopy. E' la Grande Guerra, quella che poi sarà chiamata prima guerra mondiale. Facile pensare che Charles Monroe Schulz abbia ascoltato da bambino i racconti del papà, o del nonno, o magari di qualche parente o vicino di casa che alla guerra aveva davvero partecipato. E' successo qualcosa di simile anche a me, mio nonno era a Caporetto e Vittorio Veneto (un fante fra tanti altri), e le mie prime notizie sulla "spagnola", l'epidemia che fece più vittime della guerra stessa (una guerra terribile) mi sono arrivate da un vicino di casa, che nel 1918 era bambino ma si ricordava nitidamente di tutto. Et pour cause, come direbbe Snoopy. E poi, più vicini a me, ho avuto tante testimonianze in prima persona da tutti i fronti: da El Alamein all'Albania ("spezzeremo le reni alla Grecia!" e invece fu il contrario...), dall'Armir ai campi di lavoro in Germania, da Cassino alla Resistenza... Per quelli della mia generazione era facile trovare qualcuno che parlava di cos'era successo. A patto di aver voglia di ascoltare, s'intende.
Comunque sia, Snoopy è solo un bambino che gioca alla guerra ("un buffo bambino", come direbbe Piperita Patty), e nei suoi giochi coinvolge anche i fratelli. Oggi porto qui Belle e Spike, domani toccherà a Pallino.





(Le vignette sono del 1981, sempre dal mensile "Linus")
(5-continua)

venerdì 4 agosto 2017

I fratelli di Snoopy ( VI )

Snoopy contro il Barone Rosso, la cuccia trasformata in un biplano della Grande Guerra: anche il fratello Pallino, appena ritrovato, viene coinvolto nel gioco; ma è un tantino perplesso. Capitava anche a me, da bambino, che gli altri non capissero i miei giochi; da parte mia, ho trovato spesso noiosi i giochi degli altri (ma gli altri sono la maggioranza...). Confesso comunque che ogni volta che ritrovo queste strisce, anche dopo tanti anni, continuo a divertirmi molto.





(6-continua)

mercoledì 2 agosto 2017

I fratelli di Snoopy ( VII )


Infine, Snoopy da cucciolo. Chissà se sentiva già nostalgia dei suoi fratelli e sorella. Gli è andata comunque bene, il bambino con la testa rotonda è stato molto affettuoso.



PS: da wikipedia apprendo che il cane di casa Schulz, prima di iniziare con i Peanuts, si chiamava Spike.

sabato 29 luglio 2017

Rane misteriose


Persikov non leggeva giornali e non frequentava i teatri. Sua moglie era fuggita nel 1913 con il tenore Zimin lasciandogli un biglietto del seguente tenore: « Le tue rane suscitano in me insopportabili brividi di disgusto. Per causa loro sarò infelice per tutta la vita.»

Mikhail Bulgakov, Uova fatali, pag.6 ed. Bompiani 1974, trad. Maria Olsoufieva

(Eugen Klimsch, 1882)
(ma non saranno le rane il vero problema, come ben sa chi ha letto il libro: altro che Jurassic Park...)

(Basil Wolverton, 1951)

giovedì 27 luglio 2017

Tempesta di foglie

E' un pezzo che Pel di Carota, assorto, tien d’occhio la foglia più alta del pioppo grande. Fantastica, aspettando che si muova. Pare staccata dall’albero, si direbbe che viva a sé, sola, senza gambo, libera. Ogni giorno si indora al primo e all’ultimo raggio di sole. Da mezzogiorno sta lì immobile, come morta, pare una macchia piuttosto che una foglia, e Pel di Carota si spazientisce, a disagio, quando finalmente la foglia fa un segno. Sotto di lei, una foglia vicina fa lo stesso segno. Altre foglie lo ripetono, lo comunicano alle foglie vicine, che lo trasmettono rapidamente. E' un segno d’allarme, perché all’orizzonte compare l'orlo d’una calotta bruna.
Il pioppo rabbrividisce già! Tenta di muoversi, di smuovere i grevi strati d’aria che lo impacciano.
La sua inquietudine contagia il faggio, una quercia, gli ippocastani, tutti gli alberi del giardino avvertono a gesti che nel cielo la calotta si allarga, spinge innanzi il suo orlo netto e cupo.
Prima agitano le rame sottili, zittiscono gli uccelli, il merlo che gettava qualche nota a casaccio, come un pisello verde, la tortorella che Pel di Carota un momento fa vedeva versare a scatti il suo tubare dalla gola variopinta, la gazza intollerabile con quella sua coda da gazza. Poi mettono in moto i grossi tentacoli, per spaventare il nemico. La calotta livida continue la sua lenta invasione. Soffitta a poco a poco il cielo. Ricaccia il sereno, tura i buchi che potrebbero lasciar entrare l’aria, si prepara a soffocare Pel di Carota. A volte si direbbe che cede sotto il suo stesso peso, sta per cadere sul villaggio ma si ferma sopra la punta del campanile, teme di stracciarvisi.
Eccola così vicina che, senz’altra provocazione, il panico si scatena, s’alzano fragori. Gli alberi confondono le masse scure e corrucciate in fondo alle quali Pel di Carota immagina nidi pieni d’occhi tondi e di becchi bianchi. Le vette si tuffano e raddrizzano come teste svegliate di soprassalto. Le foglie scappano a branchi, tornan subito, impaurite, ammansite, e tentano di riappiccarsi. Quelle fini dell’acacia sospirano, quelle della betulla scorticata si lagnano; quelle dell'ippocastano fischiano, e le aristolochie rampicanti gorgogliano inseguendosi sul muro.
Più giù i meli tozzi scuoton le mele, fan suonare il terreno di tonfi sordi. Più giù i ribes sanguinano gocce rosse, i ribes neri gocce d’inchiostro. E più giù i cavoli ubriachi agitano le orecchie di asino e le cipolle si urtano tra loro, spaccano le palle gonfie di semi. Perché mai? Cos’hanno mai? E che cosa vuol dire tutto questo? Non tuona. Non grandina. Né un lampo né una goccia d’acqua. E' quel nero tempestoso lassù, quella notte silenziosa in pieno giorno che li fa impazzire, che spaventa Pel di Carota.
Ora la calotta è completamente spiegata sotto il cielo nascosto. Si muove. Pel di Carota lo sa; scivola, fatta di mobili nubi; lei scomparirà, lui rivedrà il sole. Tuttavia, benché soffitti del tutto il cielo, la calotta gli stringe la testa. Lui chiude gli occhi e lei gli benda le palpebre, dolorosamente.
Lui si caccia le dita nelle orecchie. Ma la tempesta entra in lui, dal di fuori, coi suoi gridi, il suo turbine. Gli afferra il cuore come una cartaccia sulla strada. Lo spiegazza, lo gualcisce, lo accartoccia, lo appallottola. E Pel di Carota non ha ormai più che un cuoricino da nulla, una pallottola di cuore.

(Jules Renard, Pel di Carota, pag.149 ed. BUR 1951, traduzione Piero Bianconi)
(dipinto di Pieter Kluyver, 1816-1900)

martedì 25 luglio 2017

Quack quack quack


L'etologo, quando è alle prese con gli animali superiori, fa spesso una figura incredibilmente buffa, ed è inevitabile che sia così, ed è altrettanto inevitabile che egli venga considerato matto dalle persone più o meno immediatamente circostanti. Se non sono stato ancora internato in un manicomio lo devo al fatto che ad Altenberg io godo la fama di persona sicuramente innocua, fama che condivido con l'altro idiota del villaggio. A giustificazione dei miei concittadini racconterò un paio di aneddoti: una volta stavo cercando di scoprire perché le anitre selvatiche (germani reali), se sono state covate artificialmente, appena uscite dall’uovo si mostrano così paurose e inavvicinabili, a differenza delle oche selvatiche covate nelle stesse condizioni. Queste ultime, infatti, si attaccano senz’altro alla prima persona che incontrano nella vita e la considerano come loro mamma, seguendola fiduciosamente. Invece gli anatroccoli selvatici non ne volevano sapere di me. Io li prendevo dall’incubatrice quando erano appena usciti dall’uovo, ancora totalmente digiuni di esperienza, ma essi avevano paura di me e mi fuggivano, andando a rintanarsi nel primo angolino scuro che trovavano. Perché?
Mi venne in mente che una volta avevo fatto covare da un'altra specie di anitra delle uova di anitra selvatica, e che i piccoli non avevano accettato neppure quella balia come sostituto materno: appena asciugatisi, erano fuggiti via da lei, e io avevo fatto abbastanza fatica ad acciuffare e salvare i piccoli che fuggivano qua e là piangendo. D’altro canto però, una volta, avevo fatto covare una nidiata di anatroccoli selvatici da una grossa anitra domestica, e i piccoli avevano seguito bravamente questa madre adottiva come se fosse stata la loro vera madre. Tutto doveva dipendere dal verso di richiamo, perché nell’aspetto esteriore l’anitra domestica era più dissimile da un'anitra selvatica che non la specie usata quell'altra volta. Aveva cioè in comune con l'anitra selvatica, che costituisce la forma originaria della nostra anitra domestica, quelle espressioni vocali che non hanno subìto quasi alcuna alterazione nel processo di addomesticamento. La conclusione era chiara: per ottenere che i piccoli mi seguissero io avrei dovuto fare "qua qua" come un'anitra selvatica. (...)
Detto fatto. Il sabato di Pentecoste sarebbe dovuta venire alla luce una covata di anatroccoli puro sangue; io misi le uova nell'incubatrice, e quando i piccoli furono asciutti li presi sotto la mia custodia e cominciai a far loro quel verso materno nel mio migliore accento di anitra selvatica. Per alcune ore, per una mezza giornata. Il mio “qua qua" ebbe successo: gli anatroccoli guardavan su confidenti verso di me; evidentemente, questa volta, non avevano paura; e quando, continuando a fare “qua qua” incominciai ad allontanarmi lentamente, anch'essi ubbidienti si misero in moto e mi seguirono in un piccolo gruppo compatto, proprio come di solito gli anatroccoli seguono la madre. La mia teoria aveva ricevuto una conferma irrefutabile: gli anatroccoli appena usciti dall’uovo hanno una reazione innata al verso di richiamo, ma non all’immagine ottica della madre. Qualsiasi cosa che emetta il giusto verso di richiamo viene considerata come madre, si tratti di una grossa e bianca anitra pechinese o di una ancor più grossa figura umana. Però l'oggetto sostitutivo non deve essere troppo alto! All’inizio di questo esperimento io mi ero seduto sull'erba e, per ottenere che gli anatroccoli mi seguissero, avevo incominciato a spostarmi rimanendo accucciato.
Ma appena mi rizzai in piedi e tentai di precederli in posizione eretta, essi non mi seguirono e cominciarono a guardarsi intorno, cercandomi evidentemente da tutte le parti, ma senza volgere lo sguardo in alto, verso di me, e incominciarono subito a emettere quel lamentoso pigolio dell'abbandono che usiamo in genere chiamare semplicemente “pianto”: non riuscivano ad abituarsi al fatto che la mamma sostitutiva fosse divenuta così alta. Per farmi seguire fui quindi costretto ad avanzare tutto accucciato, in posizione assai poco comoda; e ancor meno comodo era il fatto che una vera madre anitra continua a fare ininterrottamente “qua qua”. Se smettevo anche solo per mezzo minuto il mio verso melodioso, il collo degli anatroccoli cominciava ad allungarsi, il che corrisponde esattamente all’allungarsi del viso di un bambino, e se io non ricominciavo subito essi scoppiavano in un pianto violento. A quanto pare, dunque, appena io tacevo, essi credevano che fossi morto o che non li amassi più, motivo più che sufficiente per piangere. A differenza delle piccole oche, gli anatroccoli selvatici erano dunque pieni di pretese e assai faticosi da allevare. Provatevi un po’ a immaginare due ore di passeggiata con quei piccoli, sempre accucciato per terra e con quell'ininterrotto “qua qua qua”... Per amore della scienza mi sottoposi per ore e ore a questo supplizio. Dunque, quella domenica di Pentecoste io avanzavo tutto accucciato alla testa dei miei anatroccoli appena nati sopra un bel prato verde del nostro giardino, ed ero molto compiaciuto dei piccoli che ubbidienti e precisi seguivano trotterellando il mio “qua qua”. A un certo momento alzai gli occhi e vidi una fila di volti allibiti affacciati sopra la siepe del giardino: un’intera comitiva di turisti mi guardava stupefatta. E non avevano tutti i torti, dato che vedevano un grosso signore con tanto di barba strisciare accoccolato per il prato tracciando degli otto, continuando a guardarsi indietro e facendo ininterrottamente "‘qua qua qua”... ma gli anatroccoli, i soli che avrebbero potuto chiarire tutto il mistero, quelli, purtroppo, non li potevano vedere gli sbalorditi osservatori, perché erano nascosti nell’alta erba primaverile!
(Konrad Lorenz, da "L'anello di Re Salomone"
pagine 160-165 ed. Oscar Mondadori 1977, trad. Laura Schwarz
 
 
 

domenica 23 luglio 2017

La verità su Re Mida

A livello scientifico, talvolta si attribuisce a Re Mida la scoperta dello stagno (falso, anche se è vero che nel suo regno c’erano miniere di questo metallo) e quella dei minerali detti «piombo nero » (la grafite) e «piombo bianco» (un pigmento a base di piombo tanto luccicante e gradevole alla vista quanto tossico). Ma oggi non é certo ricordato per questi motivi, bensì per la sua capacità di tramutare in oro tutto quel che toccava. L'acquistò per essersi preso cura del satiro Sileno, che una notte si era addormentato, ubriaco fradicio, nel suo roseto. Sileno apprezzò a tal punto l'ospitalità del sovrano che gli offrì una ricompensa a sua scelta. Mida chiese, per l'appunto, di trasformare in oro tutto ciò che toccava - potere che gli causò guai e dolori, come quando uccise la figlia abbracciandola, o come quando si accorse che non riusciva a mangiare più nulla perché ogni alimento che toccava le sue labbra diventava d'oro.

Naturalmente nulla di tutto ciò è davvero accaduto al vero re Mida, ma é probabile che la sua fama di grande metallurgo fosse meritata. L’Età del Bronzo iniziò in quella zona attorno al 3000 a.C. La fusione del bronzo, una lega di stagno e rame, era allora il settore tecnologico di punta; e benché questo metallo fosse sempre costoso, ai tempi di re Mida la tecnica della fusione in bronzo era già penetrata in molte zone dell’Asia Minore. Quando in quella che era un tempo la Frigia fu trovata una tomba con le spoglie di un re comunemente chiamato Mida (ma che poi si rivelò essere suo padre Gordia) , lo scheletro era circondato di manufatti in bronzo, tra cui coppe con iscrizioni di buona fattura, e aveva come unico ornamento una cintura dello stesso materiale. Devo però entrare nei dettagli: il bronzo non é come l'acqua, che è sempre formata combinando due parti di idrogeno con una di ossigeno, ma si può realizzare con ricette diverse e metalli in varie proporzioni. Nel mondo antico lo si produceva in vari colori, a seconda delle percentuali di stagno, rame e altri metalli presenti nella lega. Una caratteristica peculiare dei giacimenti di metalli nei paraggi della Frigia era l'abbondanza di minerali di zinco. Lo zinco e lo stagno si trovano spesso frammisti in natura ed è facile confonderli. La cosa interessante é che mescolando zinco e rame non si ottiene bronzo, ma un metallo giallo: l'ottone. E in effetti le fonderie di ottone più antiche di cui si abbia notizia si trovavano precisamente nella regione dell'Asia Minore in cui un tempo regnava Mida.

Ci siete arrivati? Provate a confrontare un oggetto di bronzo con uno di ottone. Il primo é scintillante, con chiari riflessi ramati, ed é difficile scambiarlo per qualcos’altro. Il secondo è più seducente, più complesso, più... dorato. Il tocco di Mida, con buona probabilità, era solo dovuto a un tocco di zinco,metallo che gli accidenti della geografia gli avevano fatto trovare nel suo angolo di Asia Minore.
Per verificare questa teoria, nel 2007 un professore di metallurgia dell’Università di Ankara e alcuni storici ricostruirono una fornace primitiva dell’epoca di re Mida e la caricarono di minerali locali. Li fusero, fecero colare il liquido risultante negli stampi e lo fecero raffreddare. Meraviglia delle meraviglie, il metallo si solidificò in lingotti di un incredibile colore dorato. Ovviamente non c'è modo di sapere se i contemporanei di re Mida credessero davvero che queste preziose coppe, statuette e cinture in lega di zinco fossero d’oro, ma non furono necessariamente loro a creare le leggende sul suo conto. Più probabilmente, i coloni greci che si stabilirono poi sulle coste dell’Asia Minore furono affascinati dai «bronzi» della Frigia, tanto più belli e scintillanti dei loro. Le storie che si raccontavano in Grecia potrebbero essersi gonfiate di generazione in generazione fino a tramutare la lega dal colore dorato in oro tout court. Il potere molto terreno di un eroe locale diventò così il potere soprannaturale di creare metalli preziosi. Parecchi secoli più tardi il genio di Ovidio abbellì la storia per inserirla nelle sue Metamorfosi, ed ecco fatto: un mito con un'origine assai plausibile.
(Sam Kean, Il cucchiaino scomparso e altre storie della tavola periodica degli elementi, pag.230-231 ed. Adelphi 2014 trad. Luigi Civalleri)
 
(il cartoon su Re Mida è un Walt Disney dei tempi d'oro; l'illustrazione è di John Cecil Clay, anno 1911)

giovedì 20 luglio 2017

La spada di Tutankhamon


"Gli antichi Egizi facevano monili con le meteoriti", titolava Repubblica nel ritaglio che porto qui sotto. In realtà, io avevo già letto Mircea Eliade ed ero quindi ben informato: sidereo, siderale, siderurgico hanno la stessa radice etimologica. Ci avevate mai pensato?

Noi non intendiamo affrontare il complesso problema della metallurgia del ferro nell’antico Egitto. Per molto tempo, gli Egiziani conobbero solamente il ferro meteoritico. Pare che il ferro dei giacimenti non sia stato utilizzato, in Egitto, prima della diciottesima dinastia e del Nuovo Impero. E' vero che oggetti in ferro terrestre sono stati rinvenuti tra i massi della Grande Piramide (2900 a.C.) e in una piramide della sesta dinastia, ad Abido, ma la provenienza egizia di questi oggetti non è stata ancora stabilita con certezza. Il termine biz-n.pt, “ferro del cielo”, o, più esattameme, “metallo del cielo”, rinvia chiaramente a un’origine meteoritica. E' d’altronde possibile che il termine sia stato originariamente applicato al rame. Identica la situazione presso gli Ittiti: un testo del quattordicesimo seeolo precisa che i re ittiti utilizzavano “il ferro nero del cielo”."
Il ferro meteoritico era noto a Creta fin dall’epoca minoica (2000 a.C.), e oggetti di ferro sono stati rinvenuti nelle tombe di Cnosso. L'origine “celeste” del ferro è, forse, attestata dal vocabolo greco sideros, che è messo in rapporto con il latino sidus, -eris, “stella”, e con il lituano svidu, “brillare”, svideti, “brillante”.
L‘impiego delle meteoriti non era, tuttavia, in grado di promuovete una “età del ferro” propriamente detta. Per tutto il tempo che esso continuò, il metallo rimase raro, prezioso quanto l’oro, e il suo impiego fu soprattutto rituale. Solo dopo la scoperta della fusione dei metalli fu possibile inaugurare un nuovo ciclo nella vita dell’umanità, l'età dei metalli. Questo é vero specialmente per il ferro. A differenza di quella del rame e del bronzo, la metallurgia del ferro assunse ben presto un carattere industriale. Una volta scoperto, o appreso, il segreto per fondere la magnetite o l’ematite, si poté disporre senza difficoltà di grandi quantità di metallo, in quanto i giacimenti erano ricchissimi e molto facilmente sfruttabili. Ma il trattamento del minerale terrestre differiva da quello del ferro meteoritico, come pure dal procedimento di fusione del rame e del bronzo. Soltanto dopo la scoperta dei forni e soprattutto dopo la messa a punto della tecnica di “indurimento” del metallo portato al rosso-bianco il ferro acquisì la propria posizione dominante. Si possono datare intorno al 1200-1000 a.C. , nelle montagne del1’Armenia, gli esordi di questa metallurgia su scala industriale. Di qui il segreto della fusione si diffuse in tutto il Vicino Oriente, il Mediterraneo e 1’Europa centrale, sebbene, come abbiamo appena visto, il ferro, sia quello di origine meteoritica che quello estratto da giacimenti di superficie, fosse conosciuto in Mesopotamia (Tell Asmar, Tell Chagar Bazar, Mari), in Asia Minore (Alaca Huyuk) e, probabilmente, in Egitto fin dal terzo millennio. La lavorazione del ferro restò a lungo fedele ai modelli e agli stili del bronzo, esattamente come quest’ultima aveva inizialmente ripreso la morfologia stilistica dell’età della pietra. Il ferro fece la sua comparsa sotto forma di ornamenti, di amuleti e di statuine, e conservò a lungo un valore sacro, che sopravvive, d’altronde, ancora presso molti “primitivi”.
Qui non analizzeremo le tappe della metallurgia antica, né mostreremo l’influsso che essa esercitò sul corso della storia. La nostra intenzione è unicamente quella di portare alla luce i simbolismi e i complessi magico-religiosi attualizzati e diffusi durante l'età dei metalli, soprattutto dopo il trionfo industriale del ferro. Prima di imporsi nella storia militare e politica dell'umanità, l'età del ferro ha infatti dato vita a creazioni spirituali. Come spesso accade, il simbolo, l’immagine, il rito anticipano e talvolta addirittura, si può dire, rendono possibili le applicazioni utilitaristiche di una scoperta.
Ancor prima di costituire un mezzo di trasporto, il carro fu un veicolo nelle processioni rituali: portava il simbolo del Sole o l'immagine del dio solare. D’altronde, non si é potuto “scoprire” il carro se non dopo aver compreso il simbolismo della ruota solare. Prima di modificare la faccia del mondo, l'età del ferro ha generato un grandissimo numero di riti, di miti e di simboli che hanno avuto notevole risonanza nella storia spirituale dell’umanità. Come abbiamo detto, solo dopo il successo industriale del ferro si può parlare di una tappa metallurgica dell'umanità. La scoperta della fusione del ferro e i progressi ulteriori di questa tecnica hanno infatti conferito un nuovo valore a tutte le tecniche metallurgiche tradizionali. La metallurgia del ferro terrestre ha reso questo metallo di uso quotidiano. Ora, questo fatto ha avuto conseguenze di notevole importanza. Accanto alla sacralità celeste, immanente alle meteoriti, abbiamo una sacralità tellurica, cui partecipano le miniere e i minerali. La metallurgia del ferro ha, naturalmente, tratto profitto dalle scoperte tecniche della metallurgia del rame e del bronzo. Si sa che fin dal Neolitico (sesto e quinto millennio), l’uomo impiegava sporadicamente il rame che poteva trovare sulla superficie della terra, ma lo trattava come la pietra o l’osso: ignorava, cioè, ancora le qualità specifiche del metallo. Più tardi si é cominciato a lavorare il rame riscaldandolo, e intorno al 4000-3500 a.C. (nei periodi Al Ubeid e Uruk) si é iniziato a praticare la fusione propriamente detta, ma anche in questo caso non si può parlare ancora di una “età del rame”, poiché si producevano piccolissime quantità di metallo.
L’apparizione tarda del ferro, seguita dalla sua diffusione su scala industriale, ha fortemente influenzato i riti e i simboli metallurgici. Tutta una serie di tabù e di impieghi magici del ferro derivano dalla sua vittoria sul rame e sul bronzo, che rappresentano altre “età" e altre mitologie. Il fabbro é, prima di tutto, un artigiano del ferro, e la sua condizione di nomade (egli suole spostarsi continuamente alla ricerca di metallo grezzo e di ordinazioni) lo pone a contatto con popolazioni differenti. Il fabbro é il principale agente di diffusione delle mitologie, dei riti e dei misteri legati alla metallurgia. Questo complesso di fatti ci introduce in un prodigioso universo spirituale, che ci proponiamo di descrivere nelle pagine seguenti.
Mircea Eliade, "Arti del metallo e alchimia", ed. Boringhieri 1980, capitolo primo, traduzione di Francesco Sircana.

 
(il profilo è quello della maschera di Tutankhamon;
il dipinto del meteorite è di Charles Piazzi Smyth, 1843;
l'articolo viene dal Venerdì di Repubblica)

martedì 18 luglio 2017

L'eterna domanda


Era una mattinata calda, subito prima della Pentecoste. Nell’orto di Ester apparivano già verdi germogli. Yasha aprì la porta della stalla ed entrò. (...) A volte gli accadeva di tornare da un viaggio e di constatare che uno dei suoi beniamini se n’era andato, ma questa volta nessun animale era morto. Si sentiva di buon umore e si aggirò senza meta per la sua proprietà. L’erba nell’aia era verde e vi crescevano molti fiori: boccioli gialli, bianchi, variegati, e fiori piumati che si disperdevano ad ogni brezza. Arbusti e cardi arrivavano sin quasi al tetto della capanna. Farfalle svolazzavano qua e la, e api ronzavano di fiore in fiore. Ogni foglia ed ogni stelo avevano i loro abitatori: un bruco, un insetto, un moscerino, creature a malapena discernibili ad occhio nudo. Come sempre, Yasha si meravigliò della loro presenza. Da dove venivano? In che modo esistevano? Che cosa facevano durante la notte? In inverno morivano, ma con l’estate gli sciami tornavano, Come accadeva tutto ciò?


 Quando si trovava nella taverna, Yasha recitava la parte dell’ateo, ma in realtà credeva in Dio. La mano di Dio appariva evidente ovunque. Ogni frutto, ogni ciottolo, ogni granello di sabbia ne proclamavano l’esistenza. Le foglie dei meli erano roride di rugiada e scintillavano come candeline alla luce mattutina. La sua casa si trovava ai margini della città, ed egli vedeva vasti campi di frumento, per il momento verdi, ma che di lì a sei settimane sarebbero stati di un giallo dorato, pronti per la mietitura. Chi creava tutto ciò? si domandava Yasha. Il sole, forse? In questo caso, chissà, il sole era Dio. Yasha aveva letto in qualche sacro testo come Abramo avesse adorato il sole prima di credere all’esistenza di Jehova. No, non era ignorante, Suo padre era stato un uomo dotto, e Yasha aveva studiato persino il Talmud da ragazzo. Dopo la morte del padre gli avevano consigliato di continuare gli studi, e invece era entrato a far parte di un circo viaggiante. Per metà ebreo, per metà gentile... non si considerava né ebreo né gentile. Aveva elaborato una propria religione: esisteva un Creatore, che però non si rivelava a nessuno e non lasciava capire in alcun modo che cosa fosse permesso o proibito. Coloro i quali parlavano in suo nome erano mentitori.
(Isaac B. Singer, Il mago di Lublino, pag.11-12 ed. TEA-Longanesi, trad.Bruno Oddera)
(quando voglio farmi del bene, leggo Isaac B. Singer)

 
(i due dipinti sono di Marc Chagall)