mercoledì 26 aprile 2017

Il volo del calabrone (ma forse no)


"Il volo del calabrone", brano musicale scritto da Nikolaj Rimskij-Korsakov, è molto conosciuto e ha avuto infinite versioni e arrangiamenti, dai grandi violinisti e pianisti fino a Nini Rosso (tromba, anni '60) e Bobby Mc Ferrin (voce, di oggi). L'originale viene da un'opera lirica del 1899, "La fiaba dello zar Saltan", ma oggi (sarà la primavera) in me è l'entomologo che prevale, e quindi qualcosa non mi torna: all'ascolto è evidente, questo non è il volo di un calabrone. Il calabrone infatti non ronza intorno a qualcosa, ma va diretto al suo scopo. Mi vengono in aiuto i dischi e i programmi di sala in inglese: "The flight of the bumble-bee". In inglese, il calabrone è "hornet". Nell'errore cade anche il mio dizionario, evidentemente la confusione è grande ed è ora che qualcuno provi a guardarci dentro (tocca a me, disdetta).
Bumble-bee è il bombo, Bombus terrestris, Bombus occidentalis, perfino Bombus arctica (e molte altre specie), cioè una grossa ape piuttosto pacifica ma, come tutte le api, provvista di pungiglione. Non è ben organizzato come le api e quindi non lo si può allevare per il miele (fa il nido sottoterra), ma è comunissimo e lo si incontra un po' dappertutto. Il calabrone, "hornet", è una vespa: vespa crabro. Come vespa, il calabrone si nutre di frutta e di altri insetti; non va svolazzando sui fiori ma si muove invece diritto e veloce, come un piccolo aereoplano super efficiente. Insomma, se va sui fiori e svolazza ronzando, è un bombo. Probabilmente è la parola bombo che non piace, a noi italiani sembra uno scherzo, un dolcetto farcito, un tipo tondo e grasso, un gioco di bambini piccoli; e invece è proprio il suo nome scientifico.


A proposito del bombo circola da sempre una storiella, che sia stato studiato a lungo e che gli ingegneri aeronautici non abbiano capito come faccia a volare, con quel peso e con quelle alette: dal canto suo il bombo, all'oscuro dei dubbi degli ingegneri, vola quieto ed efficiente senza alcun problema. 

lunedì 24 aprile 2017

Le palme in Piazza Duomo


...Ma nulla la città odia quanto il verde, le piante, il respiro degli alberi e dei fiori.
(Dino Buzzati, Il tiranno malato, numero 46 dei "Sessanta racconti")

Le palme e i banani in Piazza del Duomo a Milano, qualsiasi cosa se ne pensi, dimostrano con certezza una cosa sola: che per gli architetti e per gli urbanisti gli alberi sono solo elementi d'arredo. Un albero vale un lampione, nei rendering degli architetti e degli esperti di arredo urbano: un lampione, una fioriera, un portaombrelli, un tavolo, un armadio, una poltrona. Lo prendi di qui e lo sposti di là, e quando sei stufo lo butti via e ci metti qualcos'altro. E' il destino di una generazione (anche più di una, ormai) che non è abituata a vedere la linea dell'orizzonte. L'orizzonte, e ormai non solo a Milano ma anche nei paesi più distanti, è il palazzo davanti. O quello di fianco, o quello che trovi appena svoltato l'angolo; si comincia così da bambini e poi si trova naturale tutto questo, ma la scomparsa dell'orizzonte non è una cosa naturale, è il risultato di una modificazione profonda e artificiale. Vale anche per gli olivi centenari espiantati per il gasdotto in Puglia, per la Tav in Val di Susa, per tante altre cose ancora. Si perde anche il significato delle parole: "olivo centenario" significa che ci ha messo cento anni per diventare così, o magari anche di più di cento anni; invece, da come lo dicono, sembra che sia solo un pezzo d'arredo come un altro. Lo prendi di qui, lo sposti di là, "poi si abituano e smettono di rompere" (eh sì, è il modo più veloce per far tacere chi non è d'accordo, dare del "polemico", o peggio, a chi muove anche solo una piccola obiezione...).

(foto di Arthur Prentiss, 1915)

Il racconto successivo, nel libro di Buzzati, si intitola "Il problema dei parcheggi": viene proprio da pensare che li abbia messi in sequenza lui uno per uno, questi racconti, e non un editor qualsiasi. Buzzati sapeva e vedeva, anche perchè era cresciuto fra le montagne, a Belluno. A Milano, nell'orizzonte di cemento, ci abitava e ci lavorava soltanto.

venerdì 21 aprile 2017

Kira e Cucciolo


Kira era milanese, Cucciolo viveva in Liguria; si incontravano durante le vacanze (di Kira) ed erano molto amici. Erano contenti di stare insieme, diventavano tristi (soprattutto Cucciolo) quando finivano le vacanze e Kira doveva tornare a Milano. Una bella amicizia, un po' rude ma di quelle vere, durata tanti anni. Da parte mia, ho conosciuto di persona Kira ed era proprio così, invece Cucciolo l'ho visto solo in fotografia e un po' me ne dispiace.



 
(disegni e testi di Monica Rainer, dal sito www.mazzate.com/fumetti   )
(per vedere le foto dei veri Kira e Cucciolo, questo sito  )

mercoledì 19 aprile 2017

Armadillo

La canzone è famosa: eterea, sognante, bellissima. Non finirei mai di ascoltarla.
Non so da dove salti fuori, a un certo punto, l'armadillo ("the scaly armadillo", in rima con "weeping willow", il salice) ma l'immaginario di Roger Waters, di Syd Barrett, e di tutti i Pink Floyd di quel periodo era davvero qualcosa di fuori dal comune.
Ignoravo anche l'esistenza della parola "eiderdown", piumino: pillow è il cuscino, weeping willow è il salice piangente, che agita intorno i suoi rami. Intendersi di rime e di metrica è sempre una bella cosa: qui siamo dalle parti del nonsense, ma del resto l'Inghilterra è il paese di Lewis Carroll...
Direi che è qualcosa che non si può tradurre, è una canzone tutta costruita su rime e assonanze, quasi come James Joyce in Finnegans Wake. Bisognerà proprio studiarsi l'inglese; altrimenti, basta e avanza la musica. Siamo comunque nel reame dei sogni, come spiega bene il titolo.

Julia Dream
(Roger Waters)
Sunlight bright upon my pillow
Lighter than an eiderdown  
Will she let the weeping willow
Wind his branches round
Julia dream, dreamboat queen, queen of all my dreams...
Every night I turn the light out
Waiting for the velvet bride
Will the scaly armadillo 
Find me where I'm hiding...
Julia dream, dreamboat queen, queen of all my dreams
Will the misty master break me
Will the key unlock my mind
Will the following footsteps catch me
Am I really dying
Julia dream, dreamboat queen, queen of all my dreams

                                                                                                                ( un clic qui per l'ascolto )

lunedì 17 aprile 2017

Il gatto di nonno Joyce


A Trieste ci sono belle librerie e sezioni nutrite con scritti di autori che hanno stabilito un legame
con la città o perchè ci sono nati ( sono tanti! ) o perchè ci sono capitati e restati per lunghi periodi di tempo. In via San Nicolò ci sono due librerie; una è quella antiquaria, legata a Umberto Saba che ne fu proprietario per diversi anni ; l'altra, moderna, colpisce non meno della prima per la qualità e il numero dei libri esposti. Impossibile uscire con meno di tre, quattro volumi in busta. Io ne ho trovati cinque da portar via e tra questi un delizioso librino contenente una fiaba di James Joyce, corredata di raffinate illustrazioni di Cristiano Coppi. La fiaba, contenuta in una lettera inviata nel '36, era destinata al nipotino dello scrittore, Stephen. Non la  racconto. Dico solo che di mezzo ci sono un ponte, un sindaco, la città di Beaugency, un secchio d'acqua, un gatto, e infine un diavolo che passa il tempo a sfogliare i giornali e che parla uno strano francese..

illustrazioni di Cristiano Coppi





Il prezioso libricino si intitola "Il gatto e il diavolo"; la traduzione è di Franco Marucci; la casa editrice è la ETS




venerdì 14 aprile 2017

Samuel Beckett


Tom Bishop, studioso e intimo amico, (...) offrì il suo aneddoto beckettiano preferito, sul cane che lui e sua moglie avevano chiamato col nome dello scrittore. Erano troppo imbarazzati per dirglielo, ma lui lo scoprì comunque tramite un amico comune. La signora Bishop gli chiese se non si sentisse offeso, e Beckett rispose: «Se il cane non se la prende, non vedo perché dovrei farlo io.»
Mel Gussow, Conversazioni con (e su) Beckett, ed. UbuLibri 1996, pag.131
(nell'immagine, Samuel Beckett sul set di "Film")

mercoledì 12 aprile 2017

L'uovo o la gallina?


L'umorismo balinese è come il nostro e abbonda di barzellette sul sesso, truismi e giochi di parole. Volli saggiare lo spirito del nostro giovane cameriere d'albergo e gli chiesi: « Perché la gallina attraversa la strada?» La sua reazione fu piuttosto sprezzante: «Questa la sanno tutti», disse all'interprete. Io replicai: «Benissimo, allora dimmi chi è nato prima: l'uovo o la gallina?» La domanda lo mise in imbarazzo (...) poi spinse il turbante sulla nuca, riflettè un momento e infine dichiarò con grande sicurezza: «L'uovo.» «Ma chi ha posato l'uovo?» «La tartaruga, perché la tartaruga è il primo tra gli animali e posa tutte le uova.»
Charlie Chaplin, Autobiografia, pag.392 ed. Oscar Mondadori 1977

E' una risposta corretta anche dal punto di vista naturalistico, perché i rettili (tutti) depongono le uova e i rettili erano già sulla terra prima della comparsa degli uccelli. Anche i pesci, e anche gli insetti, depongono uova, ma qui ci si allontana troppo dall'albero genealogico della gallina. In fin dei conti, però, sulla questione aveva forse ragione Samuel Butler, che mette la parola definitiva; e non solo per le galline, a pensarci bene.

«Una gallina è il solo modo di un uovo per fare un altro uovo.»
(Samuel Butler, da "Notebooks-life and letters" pag.79 ed. Guanda 1998)


lunedì 10 aprile 2017

« Perché mi tiri la coda?»


Amblyrhynchus Demarlis, la specie terrestre (...) ha coda tonda e dita non palmate. Questa lucertola, invece di trovarsi come l'altra su tutte le isole Galapagos è limitata alla parte centrale dell'arcipelago e precisamente alle isole Albemarle, James, Barrington e Indefatigable. Verso sud, nelle isole Charles, Hood e Chatham e verso nord, in quelle di Towers, Bindloes e Abingdon, non ne vidi una e non ne sentii parlare. Sembrerebbe che siano state create nel centro dell'arcipelago e da qui si siano diffuse soltanto fino a una certa distanza. (...) Sono forse di statura un po' minore della specie marina, ma parecchie di esse pesavano dai quattro ai sette chili. Sono di movimenti pigri e semi intorpiditi. Quando sono spaventate, camminano lentamente con la coda e il ventre sollevati da terra. Si fermano spesso e sonnecchiano per un minuto o due, con gli occhi chiusi e le zampe posteriori allargate sul terreno riarso. Abitano in tane che scavano qualche volta fra i pezzi di lava, ma più generalmente su tratti piani del soffice tufo simile ad arenaria. (...) Osservai a lungo un individuo mentre scavava fino a quando metà del suo corpo fu sepolto; mi avvicinai allora e lo tirai per la coda; ne fu molto stupito e subito risalì per vedere di cosa si trattasse, poi mi fissò in viso come per dire: « Perché mi tiri la coda?».
(Charles Darwin, Viaggio di un naturalista intorno al mondo, pag.483 ed. Giunti 2002, traduzione di Mario Magistretti)


(il nome scientifico citato da Darwin oggi non è più in uso, e non è quindi facile risalire alla specie esatta; la foto qui sopra è di Matt Moyer e viene da The Huffington Post)

sabato 8 aprile 2017

Il pappagallo di lungo corso






- Vieni, Hawkins, - diceva, - vieni a farti una chiacchierata con John. Nessuno è più benvenuto di te, figliolo. Siediti, e senti le novità. Ecco il capitano Flint ... il mio pappagallo l'ho chiamato Capitano Flint come il famoso bucaniere... ecco il Capitano Flint che predice il successo al nostro viaggio. Non è vero, capitano? E il pappagallo diceva , con grande rapidità, " Pezzi da otto ! "Pezzi da otto! Pezzi da otto! " fino a che ci si chiedeva come non finisse senza fiato, o John tirava il suo fazzoletto sulla gabbia.
- Quell'uccello, - diceva, - potrebbe benissimo avere duecento anni, Hawkins...quasi tutti vivono tantissimo; e se qualcuno ha visto più misfatti, deve essere il diavolo in persona. Ha navigato con England, il grande capitano England, il pirata. E' stato in Madagascar, a Malabar, in Suriname, a Providence, e a Portobello. Era là quando ripescarono quelle disgraziate navi al Plate. E' là che ha imparato a dire "Pezzi da otto" e c'è poco da meravigliarsi; ce n'erano trecentocinquantamila, Hawkins! Era all'arrembaggio del Viceroy of Indies fuori da Goa; e a guardarlo si potrebbe pensare che sia giovanissimo. Invece ne ha respirata di polvere da sparo... non è vero, Capitano? - Pronti a virare, - urlava il pappagallo. - Ah, è un bel furbo davvero, - diceva il cuoco, e gli dava dello zucchero che tirava fuori dalla tasca, allora l'uccello becchettava le sbarre e si metteva a bestemmiare, con una malvagità difficile da credere. - Ecco, - aggiungeva allora John, - non si può toccare la pece e non sporcarsi, ragazzo.

R.L.Stevenson, L' isola del tesoro


giovedì 6 aprile 2017

La violetta

Il testo è di Goethe, la musica è di Mozart; composto nel 1785, tratto dal singspiel giovanile di Goethe "Erwin und Elmire". Mozart, probabilmente commosso dal testo o forse già pensando alla musica, aggiunse due versi alla poesia: "povera violetta, era una violetta dal gran cuore". Nell'ottobre dello stesso anno, andrà in scena "Le nozze di Figaro".
(notizie da "Mozart, il catalogo è questo" di Poggi e Vallora, ed. Einaudi)

Das Veilchen (La violetta), K 476
Lied in sol maggiore per soprano e pianoforte
Musica: Wolfgang Amadeus Mozart
Testo: Johann Wolfgang von Goethe
Vienna, 8 giugno 1785

Una violetta stava sul prato
il capo reclinato, ignota;
una così graziosa violetta!
Giunse una pastorella
con passo lieve ed anima serena, per la sua strada
e quindi, e quindi, è già nel prato, e canta.
«Ah, - pensa la violetta, - vorrei tanto
essere il fiore più bello della natura,
ah, anche solo per un istante,
fino a quando mi avrà colto il mio amore
e mi avrà stretto languida sul cuore!
Ah, soltanto, soltanto, per un breve quarto d'ora!»
Ma, ahimè, venne la pastorella
e non si cura della violetta,
calpesta l'infelice.
Essa moriva, rimanendo felice:
«...muoio dunque, ma è per lei che muoio,
ai piedi di lei!»

https://www.youtube.com/watch?v=a2grRV8T95M
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martedì 4 aprile 2017

Il più bel gelso che mai


14 Maggio

Anche jer sera tornandomi dalla montagna, mi posai stanco sotto que’ pini; anche jer sera io invocava Teresa. Udii un calpestio fra gli alberi; e mi parea d’intendere bisbigliare alcune voci.  Mi sembrò poi di vedere Teresa con sua sorella, sbigottitesi a prima vista fuggivano. Io le chiamai per nome, e la Isabellina raffigurandomi, mi si gittò addosso con mille baci. Mi rizzai. Teresa s’appoggiò al mio braccio, e noi passeggiammo taciturni lungo la riva del fiumicello sino al lago de’ cinque fonti.  E là ci siamo quasi di consenso fermati a mirar l’astro di Venere che ci lampeggiava su gli occhi. – Oh! diss’ella, con quel dolce entusiasmo tutto suo, credi tu che il Petrarca non abbia anch’egli visitato sovente queste solitudini sospirando fra le ombre pacifiche della notte la sua perduta amica? Quando
clic sull'immagine
leggo i suoi versi io me lo dipingo qui, malinconico, errante, appoggiato al tronco di un albero, pascersi de’ suoi mesti pensieri (…).Io non so come quell’anima, che avea in sé tanta parte di spirito celeste, abbia potuto sopravvivere in tanto dolore, e fermarsi fra le miserie de’ mortali – oh quando s’ama davvero! (…).  E saliva su per la collina ed io la seguitava. (…)
– Tutto è amore, diss’io; l’universo non è che amore(… ). Teresa sospirò insieme e sorrise. La salita l’aveva stancata: riposiamo, diss’ella: l’erba era umida, ed io le additai un gelso poco lontano. Il più bel gelso che mai. È alto, solitario, frondoso: fra’ suoi rami v’ha un nido di cardellini(…).La ragazzina intanto ci aveva lasciati, saltando su e giù, cogliendo fioretti e gettandoli dietro le lucciole che veniano aleggiando. Teresa sedea sotto il gelso ed io seduto vicino a lei con la testa appoggiata al tronco, le recitava le odi di Saffo – sorgeva la Luna – oh! – perché mentre scrivo il mio cuore batte sì forte? beata sera!


U. Foscolo, Le ultime lettere di Jacopo Ortis


domenica 2 aprile 2017

I gatti di Mahler

Siamo a Steinbach, in Austria, al tempo della composizione della Terza Sinfonia, nel 1896. 

(...) a Steinbach trovai Mahler disponibile come non lo avevo ancora mai visto. Qui, in mezzo alla natura, non disturbato dalle noie del Teatro dell'Opera di Vienna, concentrato solo sui suoi pensieri e sulle sue creazioni, si sentiva libero (...). Sul prato, tra il lago e la locanda in cui aveva preso alloggio, aveva fatto alzare quattro pareti e un tetto, per formare una stanza. In questa "casetta per comporre", fittamente rivestita di edera, il cui mobilio consisteva in un pianoforte, un tavolo, una sedia e un divano, e la cui porta, aprendosi, scrollava giù dall'edera innumerevoli maggiolini su chi entrava, passava le sue mattine, per lavorare non disturbato dai rumori della casa e della strada. (...) Vero piacere gli procuravano alcuni gattini e non si saziava mai di osservare il loro comportamento. Nelle passeggiate più brevi li portava con sè nelle tasche grandi della giacca, per divertirsi durante le soste con la loro presenza sempre interessante; le bestiole erano così abituate a lui che perfino il giocare a nascondersi veniva premiato da un pieno successo, della quale cosa non era meno orgoglioso. Era affezionato di cuore a tutte le altre creature: cani, gatti, uccelli; gli animali del bosco lo divertivano e destavano allo stesso tempo il suo più serio interesse. (...) Mi raccontava di non essere capace di dimenticare una volta quando, di notte in campagna, lo aveva colpito dolorosamente il muggito profondo e prolungato dei buoi, come una voce della natura proveniente dall'animo sordo dell'animale.
(Bruno Walter, "Gustav Mahler"; pagine 55-56 edizione Studio Tesi 1981, traduzione Piera Di Segni)

venerdì 31 marzo 2017

Il vento nei salici


Il ciclista risale Castle street, la strada di Edimburgo dove si affacciano i bianchi bow windows della casa natale di Kenneth Grahame, l'autore de " Il vento tra i salici ", uno dei libri per l'infanzia più noti e letti in Gran Bretagna. 

La strada mi è divenuta familiare qualche anno fa. L'ho risalita più volte e nella
saletta con i bow windows bianchi ho fatto colazione; questo è successo perchè la casa natale di Kenneth Grahame oggi è una guest house.
E fin qui niente di speciale. Sono tanti i siti di interesse storico-culturale che hanno cambiato destinazione d'uso sfruttando proprio il blasone conferito dal passaggio o la permanenza di un personaggio illustre. Non sto scrivendo il post per consigliare un albergo "letterario" ( anche se è in ottima posizione e con un buon rapporto qualità/prezzo )



E allora?

mercoledì 29 marzo 2017

Storia di fantasmi


Attaccate al muro del locale c’erano le tre ruote di una macchinetta a gettone, ciascuna delle quali numerata da uno a dieci. Con aria drammatica annunciai, tra il serio e il faceto, che mi sentivo in possesso di una straordinaria forza psichica: avrei fatto girare le tre ruote, e la prima si sarebbe fermata sul nove, la seconda sul quattro e la terza sul sette. E, vedi caso, la prima ruota si fermò sul nove, la seconda sul quattro e la terza sul sette: una probabilità su un milione. Wells disse che si trattava di una pura coincidenza. «Ma quando si ripete la coincidenza merita un esame più approfondito» dissi io, e gli raccontai ciò che mi era accaduto da ragazzo. Passando davanti a una drogheria di Camberwell Road notai che, cosa insolita, le serrande erano chiuse. Qualcosa mi spinse ad arrampicarmi sul davanzale per sbirciare nell’interno dal foro romboidale della serranda. Dentro il locale era buio e deserto, ma le mercanzie erano tutte al loro posto, e al centro del pavimento scorsi un’enorme cassa da imballaggio. Balzai giù dal davanzale con un senso di repugnanza e ripresi la mia strada. Poco dopo si diffuse la notizia di un delitto. Edgar Edwards, un vecchio e gentilissimo signore di sessantacinque anni, si era impadronito di cinque drogherie uccidendone i proprietari con un contrappeso di finestra e prendendo il loro posto. In quella bottega di Camberwell, dentro alla cassa da imballaggio, c’erano le sue ultime tre vittime: i coniugi Darby e il figlioletto.

lunedì 27 marzo 2017

Il tarlo del domani
















Ritiratasi nella sua camera, chiamò la nutrice e le disse :
 - Mi ha preso il tarlo del domani e non riesco più a vivere come gli uomini semplici. Dimmi, dunque, nutrice, come posso avere potere sul tempo? 
La nutrice, udite queste parole, si lamentò come il vento che porta la neve. E disse: 
- Che disgrazia, un tarlo è entrato nel tuo midollo e non c'è rimedio che guarisca il pensiero! Ma dato che vuoi il potere e benché il pensiero sia più freddo dell' inverno, esso ti accompagnerà fino alla fine della tua vita. 
La principessa si sedette nella sua stanza della casa di pietra e pensò al pensiero.
Sedette lì nove anni e l'acqua batteva sulla terrazza e i gabbiani gridavano attorno alle torri ed il vento muggiva nei camini della casa. Per nove anni non uscì e non vide i cieli aperti, né gustò l'aria. Non ascoltò parola da nessuno e non guardò né a destra né a sinistra, ma pensò solo al pensiero del domani.
La nutrice le dava da mangiare in silenzio.
La principessa prendeva il cibo con la mano sinistra e mangiava senza grazia alcuna o piacere.

da La canzone del domani di R.L.Stevenson in "Favola crudele" ed. Fiabesca

sabato 25 marzo 2017

Il timo e il tempo



In inglese, il timo (nome scientifico thymus, ne esistono molte varietà) e il tempo (il tempo che scorre, non quello atmosferico) sono scritti in maniera diversa, ma la pronuncia è uguale. L'erba aromatica è thyme, il tempo è time. Su questo gioco di parole si basa una canzone tradizionale di area britannica, "Let no man steal your thyme": rivolto alle giovani donne, è un avvertimento. "Non lasciate che un uomo rubi il vostro tempo" (pardon: timo). "Venite, venite, voi belle e tenere ragazze, che fiorite nella vostra primavera: fate attenzione, tenete in ordine il vostro giardino.". Gli uomini vengono, prendono quello che gli piace, poi se ne vanno: fate attenzione...
(la voce è quella, magnifica, di Jacqui Mc Shee; tratto da THE PENTANGLE - 1st album, 1968)


giovedì 23 marzo 2017

La sirena di pietra

disegno di Moebius
«Proseguimmo, galleggiando, verso il centro di questo luogo strano – con acqua tutto attorno a noi come mai mi era capitato di vedere – e gruppi di case, chiese, e moltissimi edifici imponenti che si levavano da essa; e ovunque lo stesso straordinario silenzio. Poco dopo, attraversammo veloci un corso d’acqua ampio e aperto, e passammo davanti a quel che mi sembrò un vasto molo lastricato dove i fanali splendenti che lo illuminavano mostravano lunghe file di archi e colonne di possente costruzione e grande solidità, ma leggere a vedersi quanto ghirlande di brina o ragnatele, là, per la prima volta, vidi camminare della gente. Arrivammo, così, a una scalinata che dall’acqua portava a un grande palazzo dove, dopo aver attraversato innumerevoli corridoi e gallerie, mi coricai per riposare, e ascoltai le nere imbarcazioni passare discrete su e giù sotto la mia finestra, sull’acqua increspata, finché mi addormentai.»

( C. Dickens, Immagini d’Italia – Un sogno italiano – 1846 )


martedì 21 marzo 2017

Bip Bip

Come tutti, ho sempre pensato che Bip Bip fosse uno struzzo; come tutti quelli che sanno un pochino di inglese, ho pensato che "roadrunner" significasse solo la sua traduzione letterale, "uno che corre sulla strada". Invece mi sbagliavo, non solo Bip Bip non è uno struzzo, ma "roadrunner" è il nome di un uccello che esiste per davvero, diffuso in molti Stati americani e anche in Messico.


Da noi non esiste, ma a Hollywood e dintorni certamente è una presenza familiare; sa volare ma il più delle volte cammina, velocemente, non veloce come Bip Bip ma quello lo si dà per scontato. Una gallina, verrebbe da dire a vederlo qui da noi, abituati ai polli, ai fagiani, ai piccioni, che hanno abitudini abbastanza simili. Invece no, il roadrunner è parente del cuculo. Il suo nome scientifico è Geococcyx californianus, ed appartiene alla famiglia dei Cuculidae.


Stabilito tutto questo, prendo in mano la foto del Geococcyx californianus e il disegno del cartoon, e li confronto: no, bipbip, ciuffetto a parte, non somiglia molto al roadrunner. Somiglia di più a uno struzzo. Ha qualcosa del roadrunner, ma per me resterà sempre uno struzzo. Anzi, no, Beep Beep (per usare la grafia originale, almeno una volta in questo post) è una Creatura Fantastica, forse anche Mitologica, e come tale va trattata. Quanto al Coyote, beh, lui è umano. Umanissimo. Quanti sforzi facciamo anche noi, quante preoccupazioni, quanta insistenza sui dettagli, per poi scoprire alla fine che è stato tutto inutile...
Ma del Coyote per oggi non ci occupiamo, ne parleremo a tempo debito: Beep Beep mi è già scappato via, l'ho fermato per un istante ma chissà dov'è a quest'ora. Scusatemi, corro a vedere dov'è andato. Devo. Devo proprio. I'm sorry, but I must.


(nelle immagini: il roadrunner da Wikipedia; un disegno originale di Chuck Jones; et moi)