lunedì 15 gennaio 2018

Desert raven



Ascolto spesso Gentle spirit di Jonathan Wilson , così ho pensato di far volare nel blog il corvo del deserto che dà il nome al  terzo brano dell'album.
Forse perché sorvola il deserto, il corvo di cui si parla nella canzone ne sa più degli uomini. 
Forse per lo stesso motivo, il corvo del deserto ha qualcosa a che fare con la poesia.

sabato 13 gennaio 2018

Il cuculo di Theodor Fontane

Il 16 novembre scorso l'amica Elena Grammann ci segnalava questo brano:


Le foglie frusciavano, il sole scintillava attraverso i rami, e dal bosco si sentiva il verso del picchio e di tanto in tanto anche quello del cuculo. Ma solo lento e raro e quando Gordon cominciò a contare cantò soltanto un’unica volta.
“Il vostro cuculo dello Harz è sempre così pigro?”
“Oh no” [disse il ragazzino che conduceva gli asini] : dipende dalle volte. Volete che chieda io?”
“Ovvio”
“Quanti anni ancora?”
E ora il cuculo rispose e il suo canto pareva non voler finire.
Questo causò un piccolo malumore, poiché tutti siamo superstiziosi…”

(Theodor Fontane, Cécile)


In effetti Gordon, giovane e aitante ufficiale del genio, vivrà ancora un solo anno. Romanzo molto bello secondo me, di cui consiglio la lettura.
(grazie Elena!)

giovedì 11 gennaio 2018

Araucaria



Scesi dunque dalla mia mansarda giù per quelle scale faticose in terra straniera, scale perfettamente borghesi, ripulite, spazzolate, di una casa molto per bene dove abitano tre famiglie e sotto il cui tetto ho il mio rifugio. Non so come mai, ma io, lupo della steppa senza patria e solitario odiatore del mondo piccolo-borghese, abito sempre in vere case borghesi: è un mio vecchio sentimentalismo. Non abito palazzi né stamberghe proletarie, ma proprio quei nidi di piccoli borghesi sommamente ammodo, sommamente noiosi, tenuti alla perfezione, dove c'è un sentore di trementina e di sapone e dove si rimane costernati quando si sbatte per caso la porta o si entra con le scarpe sporche. Questa atmosfera mi è certamente cara fin da quando ero bambino e la nostalgia segreta di qualche cosa che sappia di patria, mi guida senza speranza, sempre per queste stupide vecchie vie. Proprio così, e mi piace anche il contrasto fra la mia vita solitaria, affannata, senz'amore e così sregolata e questo ambiente familiare e borghese. Mi piace respirare per le scale questo odore di pace, di ordine, di pulizia, di decenza, di vita domestica che ha sempre qualche cosa di commovente nonostante il mio odio per la vita borghese, e mi piace oltrepassare la soglia della mia stanza dove tutto ciò finisce, dove tra i mucchi di libri sono sparsi i mozziconi di sigaro e le bottiglie di vino, dove tutto è disordinato, trascurato, estraneo e dove ogni cosa, libri manoscritti pensieri, è segnata e imbevuta della miseria di questo solitario, della problematicità dell'esistenza umana, del desiderio di dare un nuovo significato alla vita ormai insensata.

Poi passai davanti all'araucaria. Al primo piano, infatti, di questa casa, la scala porta al pianerottolo di un'abitazione, certamente più pulita, più irreprensibile, più lucidata delle altre, poiché brilla di attenzioni sovrumane, è un luminoso tempietto dell'ordine. Sui parchetti, sopra i quali si ha riguardo di passare, ci sono due graziosi sgabelli e su ogni sgabello un gran vaso: nell'uno cresce un'azalea, nell'altro un'araucaria piuttosto vistosa, un alberello sano, ritto e perfettissimo, e fin l'ultimo ago sull'ultimo ramo luccica di freschezza e pulizia. Qualche volta, quando so di non essere osservato, faccio di quell'anticamera un tempio, mi siedo su un gradino un po' più in alto dell'araucaria e riposo a mani giunte guardando religiosamente quel piccolo giardino dell'ordine, la cui manutenzione commovente e la ridicola solitudine mi conquidono in qualche modo. Al di là di quel pianerottolo, all'ombra sacra, per così dire, dell'araucaria suppongo un'abitazione coi mobili di mogano lucido e una vita piena di buone maniere e di salute, dove ci si alza per tempo, si adempiono i propri doveri, si celebrano feste di famiglia moderatamente serene, si va in chiesa la domenica e ci si corica presto.

H.Hesse

H.Hesse, Il lupo della steppa, ed. Mondadori
Traduzione di Ervino Pocar




martedì 9 gennaio 2018

Baffi e vibrisse


Ora s’accorse di stare più comodo. In quella piccola stazione il loro compartimento s’era addirittura vuotato e non vi restavano che in quattro. V’era sempre ancora il forte giovinotto pallido, che aveva approfittato di conciarsi nel cantuccio più lontano dal signor Aghios e sdraiarvisi allungando le gambe. Di faccia a costui c’era un signore che s’era procurato un giornale in cui ficcava il naso in modo che il signor Aghios non poteva vederlo in faccia, Proprio di fronte al signor Aghios era rimasto anche il grosso signore dagli occhiali di tante diottrie. Mancava 1’unica signora che c'era stata. Anch’essa era scesa a popolare la piccola stazione. Senza quel piedino che s’era tenuto alto in quell'adunanza, i quattro uomini rimasti avevano perduto ogni contatto fra di loro. Erano divenuti dei veri stranieri scialbi e muti.
Il signor Aghios per un istante guardò il suo vis-à-vis. Scoperse poi che anche dietro di costui c'era una lastra che copriva una fotografia e nella quale egli scorgeva la propria testa, chiara come in uno specchio. Si analizzò accuratamente. Irrimediabilmente vecchio con quella fronte troppo alta ed i mustacchi non curati, un po’ troppo gonfi. I mustacchi erano la prerogativa degli animali che s’annidano nei buchi (cosi aveva detto quella canaglia di suo figlio); devono servire ad avvisarli quando il buco si restringe e arrestarli dal pericolo di strangolarsi.
"Ho io l’aspetto di bestia? " si domandò il signor Aghios esaminando le proprie fattezze. E lui e la sua immagine si guardarono sospettosi. Questi, sì, ch’erano rapporti semplici! Era l’unico caso in cui guardando una fisionomia si sa con piena certezza quello ch’essa esprima. Eppure quella fisionomia conservava il suo aspetto di bestia mustacchiata, avvilita allo scorgersi meno bella, mentre era vero che il signor Aghios si sentiva gonfiare il petto dalla superbia di aver scoperto in quel momento quale fosse l’unico rapporto intimo in tutta la grande vasta natura. Solamente dubitava! Anche quello mancava? E corrugò tutta la propria faccia: un gesto di disprezzo alla propria fisionomia che gli fu prontamente restituito.



(Italo Svevo, Corto viaggio sentimentale, pagine 37-38 edizione Dall'Oglio 1980)



domenica 7 gennaio 2018

L'uomo nell'Olocene

Domenica:


10.00
pioggia come ragnatele sopra il terreno.

10.40
pioggia come perle sul vetro.

11.30
pioggia come silenzio; non un uccello che cinguetti, in paese non un cane che abbai, i taciti rimbalzi in ogni pantano, le gocce in lenta scivolata lungo i fili.

11.50
niente pioggia.

13.00
pioggia che non si vede, solo la si sente sulla pelle quando si sporge la mano dalla finestra.

15.10
pioggia come sibilo nel fogliame del castagno.

15.20
pioggia come ragnatele.

16.00
niente pioggia, solo l'edera gocciola.

17.30. 
pioggia con vento che la fa schioccare contro i vetri delle finestre, fuori spruzzi sul tavolo di granito che è diventato nerastro, gli spruzzi come narcisi bianchi.

18.00
di nuovo il gorgoglio tutto intorno alla casa.

19.30
niente pioggia ma nebbia.

23.00
pioggia come scintillio alla luce della lampadina tascabile.

Perlomeno non nevica.

E' una pagina tratta da  L'uomo nell'Olocene di Max Frisch, un libro che ho letto qualche giorno fa e che mi ha sorpreso per più versi,  non solo per la modalità di narrazione. Frisch rinuncia all'impianto tradizionale , all'intreccio, a un sistema classico di personaggi e fa delle considerazioni e delle percezioni elementari del protagonista , un pensionato di uno sperduto villaggio del Canton Ticino, il centro dell'opera. Tutto è ridotto all'essenziale, quell'essenziale di solito invisibile, negato, dimenticato nella vita vissuta e nei romanzi, e  invece  imprescindibile e dominante nel tempo dell'uomo, nelle  vicende individuali. Attraverso dunque le cronache senza narrazione del signor Geiser e il suo inventario di cognizioni sulla Natura, sul  Tempo, sull''uomo, si riflette, come per la prima volta,  sulla condizione umana.


Max Frisch

Qui una fine e articolata recensione di Raffaele Santoro 


giovedì 4 gennaio 2018

Al lume della luna



Jessica, figlia del ricco Shylock,  fugge dalla casa paterna per sposare  Lorenzo. 
Nella I scena del V atto de "Il mercante di Venezia",  Shakespeare fa in modo che i due innamorati  evochino storie di celebri amanti che sotto una limpida  luna, proprio come loro, videro compiersi  il loro destino.

Lorenzo  - La luna splende di tutto il suo lume. In una notte come questa, quando il dolce vento baciava leggermente gli alberi ed essi non facevano il più piccolo rumore, in una notte come questa, Troilo, io credo, salì sulle mura di Troia ed esalò in sospiri la sua anima, volto verso le tende dei Greci, dove quella notte taceva Cressida.

Jessica - In una notte come questa, Tisbe sfiorò timidamente col piede la rugiada e vide, prima dello stesso leone, l'ombra di lui e fuggì atterrita.

Lorenzo - In una notte come questa Didone, con in mano un ramo di salcio, s'arrestò sul selvaggio lido, e faceva cenni al suo amore di tornare a Cartagine.

Jessica - In una notte come questa, Medea colse le erbe incantate che dovevano ringiovanire il vecchio Esone.

Lorenzo - In una notte come questa Jessica fuggì come una ladra dalla casa del ricco ebreo e, con un amante sprovveduto, corse da Venezia sino a Belmonte.

Jessica - In una notte come questa, il giovane Lorenzo le giurò di amarla immensamente e le rubò il cuore con molte proteste di verace amore, e nessuna di esse era sincera.

Lorenzo - In una notte come questa, la leggiadra Jessica, come una piccola bisbetica, calunniò il suo amante ed egli le perdonò.

Jessica - Io vi batterei nel ricordare notti famose, se nessuno ci disturbasse. Ma zitto! Odo il calpestio di qualcuno.

W. Shakespeare, Il mercante di Venezia - Atto V, scena I -

Al lume della luna a me non è mai successo niente di eclatante, solo ( ma è tanto ) il piacere sottile di osservarla.

lunedì 1 gennaio 2018

Camaleonte







Cambiando colore s'annulla il dolore;
pitturo lo spazio d'azzurro e di bianco,
di verde, di rosso, di nero brillante.
Pitturo e coloro, e intanto catturo
di mille colori quest'arcobaleno.
Cancello la noia, coloro i colori,
sviluppo i pensieri con tanti colori.
Son verde, son nero, son rosso amaranto;
son giovane e bello, son vecchio che canta,
son donna gentile, son madre amorosa.
Di mille colori lo spazio dipingo,
catturo i colori e via li ripongo:
ma senza far male, da parte li tengo,
li libero in seguito, li libero quando
la noia e il dolore più male mi fanno.
Con mille colori il mondo è più bello,
ma bello è anche il mondo, la sera,
sereno, tramonto, più rosso, ed il nero,
di notte, un bel bianco e nero;
il gatto che arriva vi racconta il resto.
- Mau mao maramao mao mau mao gnò,
così disse il gatto. (Tradurre non so)

(Giuliano Bovo / Emilio Gauna, da "Golem" anno 2001)
(i disegni sono di Giacinta )

sabato 30 dicembre 2017

Sirene irlandesi


La Sirena o, come si dice in irlandese, la Moruadh o Murrùghach (da muir, mare e oigh, ragazza) è una presenza non infrequente sulle coste più selvagge. Ai pescatori non piace vederla perché preannuncia sempre burrasca imminente. Le Sirene maschio (se si può usare una tale espressione - non ho mai sentito il maschile di Sirena) hanno denti verdi, capelli verdi, occhietti porcini e naso rosso, ma le loro donne sono bellissime, con coda di pesce e piccoli piedi palmati simili a quelli delle anatre. A volte - e non si può biasimarle - esse preferiscono ai loro amanti marini degli aitanti pescatori. Si dice che il secolo scorso, vicino a Bantry, fosse vissuta una donna tutta coperta di squame come un pesce e che fosse il frutto di una unione di tal tipo. Certe volte escono dal mare e vagano per la spiaggia sotto forma di piccole mucche senza corna. Quando assumono il loro vero aspetto, portano un cappello rosso chiamato cohullen druith, di solito coperto di piume; se viene loro rubato, non possono tornare ad immergersi tra le onde.
Il rosso è, in ogni paese, il colore della magia, ed e sempre stato così da tempo immemorabile. I cappelli delle fate e dei maghi sono sempre rossi.
(William Butler Yeats, Fiabe irlandesi, pag.61 ed.Einaudi 1981 trad. Maria Giovanna Andreolli e Melita Cataldi)


Yeats mette nella sua raccolta tre racconti di sirene: nel primo, "Le gabbie d'anime", una sirena maschio tiene prigioniere sott'acqua le anime dei marinai annegati. Il protagonista, Jack Dogherty, diventa suo amico e insieme fanno gran bevute (alcoolici, ovviamente); Jack ne approfitta per liberare, un po' alle volte, le anime. La sirena maschio è così descritta:« capelli verdi, lunghi denti verdi, naso rosso e occhietti porcini. Aveva la coda di pesce, le gambe ricoperte di squame e le braccia corte come pinne. Non portava vestiti ma teneva sotto il braccio il cappello a tre punte». Ed è appunto "prendendo a prestito" il cappello a tre punte che Jack riuscirà a immergersi da solo, per liberare le anime. Le anime sono tenute prigioniere dentro delle bottiglie, quindi Jack Dogherty è in qualche modo parente dell'Astolfo sulla Luna. Tutto questo (la favola è narrata in tono comico) Jack lo deve fare di nascosto dalla moglie; e le anime sono invisibili, così che Jack non ha la soddisfazione di vederle volare via. L'amicizia fra Jack e Coo (così si chiama l'essere marino) durerà comunque per molti anni.
La seconda storia, "Il funerale di Flory Cantillon", racconta invece del matrimonio fra un uomo e una sirena, e della loro discendenza: quando uno della loro famiglia moriva, racconta la leggenda, veniva seppellito sotto il mare; ed in certi giorni particolari era possibile vedere sott'acqua la cappella del loro cimitero.
La terza storia, "La signora di Gollerus" narra del matrimonio fra un uomo e una sirena. La moglie sarà brava e avranno dei figli, ma a un certo punto lei scomparirà e non se ne avrà più notizia, lasciando al marito la cura dei figli. La sirena è così descritta:« una creatura giovane e bella che si pettinava i capelli d'un colore verde mare». Il protagonista (si chiama Dick) le ruba il berretto magico, così lei non può più immergersi e comincia a piangere. Allora Dick le si avvicina e la prende per mano:« non c'era nulla di sgradevole in quella mano, soltanto fra le dita aveva una piccola membrana, come quella che si vede nei piedi delle anitre, ma era sottile e bianca come la pelle fra l'uovo e il guscio.»

                                                                                     (l' immagine viene da "Kladderadatsch", 1943)

giovedì 28 dicembre 2017

Le gatte di Rossini e i gatti di Ravel


Le gatte di Rossini sono famose, e anche un po' famigerate; la musica è certamente di Rossini (il duetto dalla Semiramide, il Tancredi sempre di Rossini) ma non si sa se il "Duetto buffo dei gatti" l'abbia davvero scritto lui o se sia opera di qualche altro buontempone. Sta di fatto che esiste, e molte cantanti ci si sono divertite in concerto. L'esecuzione di riferimento è probabilmente questa, con Elisabeth Schwarzkopf e Victoria de los Angeles, per il concerto d'addio del grande pianista Gerald Moore. E' un peccato che non esista il video, perché il pubblico sembra divertirsi molto.
Per chi fosse curioso e non conoscesse Rossini, qui c'è una delle versioni originali "piratate": il duetto fra Semiramide e Arsace.


I gatti di Ravel, maschio e femmina, sono invece in "L'enfant et les sortilèges" ( qui  e qui per l'ascolto), una piccola opera in un atto su testo di Colette che vede un bambino messo in castigo nella sua stanza, e in quella stanza d'improvviso gli oggetti prendono vita, e anche i gatti hanno la loro parte.

martedì 26 dicembre 2017

Arvo Pärt

Arvo inizia a suonare avendo a disposizione un numero limitato di note:  il pianoforte su cui si esercita da bambino ha la parte centrale della tastiera difettosa. La mancanza è profetica: anticipa lo stile personalissimo che il musicista maturerà a partire dalla metà degli  anni Settanta, quando ridurrà all’essenziale gli elementi di cui disporre nelle composizioni . Il nome di Pärt è oggi associato ai lunghi intervalli di silenzio che preparano chi ascolta ad accogliere il suono nel suo nitore, nel suo valore puro.
Ad esercitare una forte influenza sul musicista è la monodia, la polifonia primitiva: “Ho scoperto che è sufficiente una singola nota, suonata con grazia ."

Lunghi intervalli di silenzio anche nella sua attività di compositore. Pärt sottolinea che per scrivere deve prepararsi per un lungo tempo. L’attesa può protrarsi per anni, seguiti però da un tempo di composizione molto breve e assai prolifico.
Una curiosità: a casa Pärt non devono mai mancare patate. Arvo trova ispirazione pelandole in silenzio. 

L’opera che segna una svolta nel percorso di Pärt  è Für Alina. Si tratta di una composizione di pochi minuti, che, ascoltata, lascia invece l’impressione di una durata infinita. E’ con Für Alina che prende forma il tintinnabuli ( o tintinnabulation ), la modalità compositiva tipica di di Pärt.

domenica 24 dicembre 2017

Natale


Nei Vangeli non c'è molto riguardo alla nascita di Gesù, l'unico che ne parla facendo una lunga descrizione è Luca, che indica i luoghi, il censimento, la mangiatoia, i pastori, gli Angeli. Gli altri dettagli che siamo abituati a conoscere (il bue, l'asinello, la neve...) vengono quasi tutti dagli apocrifi, o da tradizioni popolari.
Il presepe di san Francesco è datato 1223, l'affresco di Giotto ad Assisi è quasi contemporaneo: 1313 circa.


 
Questo è il Vangelo secondo Luca:


In quei giorni uscì un editto di Cesare Augusto che ordinava il censimento di tutto l'impero. Questo censimento fu anteriore a quello che ebbe luogo quando Quirinio era governatore della Siria. E tutti partivano per farsi iscrivere, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe salì dalla Galilea, dalla città di Nazaret in Giudea, alla città di David chiamata Betlemme - perché egli era della casa e della famiglia di David - per farsi iscrivere con Maria, sua fidanzata, che era incinta.
Mentre si trovavano là giunse per lei il tempo del parto, e partorì il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose a giacere in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo. E c'erano là, in quella stessa contrada, dei pastori che stavano ai campi e facevano la guardia durante la notte al loro gregge. E un Angelo del Signore apparve ad essi e la Gloria del Signore li avvolse di luce, ed essi furono presi da gran timore. L'Angelo disse loro: « Non temete, perché io io vi annunzio una grande gioia, destinata a tutto il popolo: oggi vi è nato un Salvatore che è il Cristo Signore, nella città di David. E questo sia per voi il segnale: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia. »
E d'un subito si unì con l'Angelo una schiera numerosa dell'armata celeste, che lodava Dio e diceva: « Gloria a Dio nell'alto dei Cieli, e pace sulla terra agli uomini di buona volontà.»
E quando gli angeli furono partiti da loro, verso il cielo, i pastori presero a dire fra loro: « Andiamo dunque sino a Betlemme, e vediamo quel che è accaduto e che il Signore ci ha fatto conoscere.» E andarono in fretta e trovarono Maria e Giuseppe e il Bambino coricato nella mangiatoia. E poi che l'ebbero veduto fecero conoscere quanto era stato detto loro di quel Bambino. E tutti quelli che lo udirono si meravigliarono delle cose che erano state dette loro dai pastori; ma Maria riceveva in sè tutte queste cose e le meditava nel suo cuore. E i pastori se ne ritornarono glorificando e lodando Dio di tutto quello che avevano udito e veduto, così come era stato loro detto.
(Luca II, 1-20)

venerdì 22 dicembre 2017

del rumore e del troppo pieno


Quando - se non tutta, una buona parte dell' umanità - si sarà resa conto dell' importanza che il
silenzio e il vuoto presentano per la creazione e la fruizione artistica, forse molte incomprensioni
attuali cesseranno o si attenueranno.
Silenzio, ovviamente dentro all' opera musicale; vuoto spaziale dentro a quella visiva. E questo vale
non da oggi ma da sempre: pensiamo al vuoto «invisibile» di una gigantesca piramide; (…) al grande
vuoto d' una cattedrale barocca. E pensiamo al silenzio nelle pause di un preludio di Bach ( qui ) o di un
brano di Webern (qui ), per non parlare del silenzio nell' opera 4' 33" di John Cage, (qui ) (…) e ancora a
certi «silenzi» in alcuni lavori di Beckett e di Antonioni. (…).
Ecco, allora, (…) dovremo esercitarci a ritrovare - dentro e attorno a noi - quel silenzio (…) che ci
permetta (… ) di assaporare finalmente tutto ciò che rimaneva coperto dal «rumore» o dal «troppo
pieno» di una «inciviltà» come la nostra.

Gillo Dorfles  (13 luglio 2008) - Corriere della Sera




Vladimiro e Estragone

mercoledì 20 dicembre 2017

Un topo che si chiama Gerald


Il topo che si chiama Gerald arriva verso la fine della canzone: "sta diventando un po' vecchio ma è un buon topo", dice di lui Syd Barrett. Prima, prima di Gerald, ci sono tante cose, ed è come ascoltare la voce di Lewis Carroll o di Edward Lear; il nonsense e le nursery rhymes sono ben radicate nella poesia inglese e anche Syd Barrett era cresciuto in quel clima culturale. I ricordi di un bambino, ripensati da grande; oggetti e animali, i giocattoli e gli oggetti degli adulti, e una bambina con cui condividerli.

(Syd Barrett e Lindsay Korner, 1967)
I versi sono intraducibili, come sempre nelle filastrocche e nei nonsense; si comincia da una bicicletta (ho una bici, puoi farci un giro se ti piace: ha un cestino, un campanello che suona, te la darei volentieri ma l'ho presa in pegno) si continua con un mantello (cloak) che in inglese fa rima con scherzo (joke), e qui arriva Gerald: un topo (mouse) che non ha una casa (house) e che sta diventando un po' vecchio ma è pur sempre un buon topo. E gli omini di pan di zenzero (gingerbread men), che sono tanti, che sono dappertutto, uno qui, uno là, prendine un paio se li vuoi, sono lì sul piatto. Tutto questo ha un piccolo ritornello, "you're the kind of girl that fits in with my world", tu sei la ragazza che si adatta bene al mio mondo. L'elenco degli oggetti (topo compreso: che sia un pupazzo anche lui?) termina con una stanza piena di oggetti musicali, ognuno con il suo suono, molti sono a orologeria: se vuoi, andiamo di là e li facciamo funzionare. (Lo ammetto, a Syd Barrett sono sempre molto affezionato e i Pink Floyd senza di lui non è che mi interessino più di quel tanto).



lunedì 18 dicembre 2017

L'arte nella tempesta

Malevič, autoritratto

In questi giorni ho letto uno scritto di Todorov sull'arte e la condizione degli artisti negli anni successivi alla Rivoluzione d'Ottobre. Lo scrittore bulgaro mette in evidenza il rapporto difficile tra intellettuali e potere e la difficoltà di conciliare la rivoluzione politica con quella letteraria e artistica . Se all'inizio corrono parallele, visto l'analogo intento di sovvertire la tradizione, ben presto l'esigenza di rendere  scrittori e artisti strumenti dell'ideologia dominante  sottrae agli intellettuali la possibilità di esprimersi liberamente e addirittura di vivere, basti pensare a Pil'njack, a Babel', a  Mandel'štam, alla Cvetaeva e allo stesso Majakóvskij.
La seconda parte del saggio di Todorov è dedicata a illustrare l'esperienza di Malevič, il padre del Suprematismo, e di una concezione estetica che poco si conciliava con la funzione e l'idea di arte del regime comunista. Malevič, pur con infinite difficoltà, testardamente continuerà a rimanere fedele alla sua ricerca. Riporto un passo del saggio di Todorov che riguarda proprio la concezione estetica di Malevič e lascia intendere quale valore superiore l'artista attribuisse alla creazione e alla ricerca pittorica.

L'esigenza di praticare una pittura "pura", di eliminare progressivamente dall'arte ogni elemento che non le appartiene esclusivamente, caratterizza tutto l'inizio del Novecento. L'dea si basa inizialmente su una tradizione occidentale molto antica, secondo cui all'attività che non rimanda a nulla al di là di se stessa è legato un valore superiore (...). E' Platone che definisce il bene superiore con il fatto che basta a se stesso: " l'essere vivente in cui esso ( il bene ) è presente sino alla fine completamente e in ogni modo, non ha più bisogno di nient'altro, ma possiede la più perfetta sufficienza". (...) L'estetica romantica, l'arte per l'arte e i movimenti artistici di fine Ottocento, come il simbolismo, si richiameranno a loro volta alla separazione tra pratiche utilitarie e pratiche a finalità estetica.  Malevič ritrova la concezione platonica del bene, che adesso però è incarnato dall'arte. Scrive:" L'arte è immobile, perchè è perfetta. L'arte non ha scopo e non deve averne, perchè è assoluta. Al contrario, può essere lo scopo di tutto ciò che si muove, perchè si muove ciò che è imperfetto."
Malevič, Suprematismo, 1916
Tzetan Todorov, L'arte nella tempesta, ed. Garzanti
Traduzione di Emanuele Lana

Significativo quanto Todorov afferma, a chiusura del saggio,  a proposito della ricerca artistica e dei valori assoluti che esprime: 
Quanto pesa l'individuo isolato di fronte all'enorme macchina che lo schiaccia? Gli artisti sono maciullati, perseguitati, deportati, addirittura fucilati, e sono i carnefici a trionfare. (...) I detentori del potere sono capaci di annientare quelli che vogliono sottomettere, ma non hanno alcuna presa sui valori estetici, etici, spirituali, provenienti dalle opere prodotte da questi artisti ( o da altre fonti ). Senza queste opere l'umanità non potrebbe sopravvivere, né ora né oggi. E' qui il trionfo dei fragili eroi del nostro racconto
Tzetan Todorov, L'arte nella tempesta, ed. Garzanti
Traduzione di Emanuele Lana


sabato 16 dicembre 2017

Fungo


La scena si svolge in un bosco, ai giorni nostri. All’a1zarsi del sipario si vedono il fungo e il fiorellino, che è nato proprio accanto alla radice del fungo.
IL FIORELLINO (al fungo): Che bella cosa esser nato vicino a te. Così tu mi ripari dalla pioggia. Ma dimmi, sei un vero ombrello o fungi semplicemente da ombrello?
FUNGO: Fungo.
(Sipario)

(Achille Campanile, Tragedie in due battute, pag.49 edizione BUR 1989)


(Lipsia, 1918)

giovedì 14 dicembre 2017

L'attesa



"... L'importante è che due più due fa quattro, il resto sono tutte sciocchezze"
"Anche la natura è una sciocchezza?" fece Arkàdij, guardando pensieroso in lontananza i campi variopinti, illuminati soavemente e dolcemente dal sole ormai basso.
" Anche la natura è una sciocchezza nel senso in cui la intendi tu. La natura non è un tempio, ma un'officina in cui l'uomo è un operaio."
In quello stesso istante dalla casa volarono fino a loro le lente note di un violoncello. Qualcuno stava suonando con sentimento, anche se con mano inesperta, L'attesa di Schubert e nell'aria si diffondeva una dolce melodia.
" Cos'è?" fece stupito Bazarov.
"E' mio padre."
"Tuo padre suona il violoncello ?"
" Si."
dipinto di C. Lorraine

TurgenevPadri e figli




La sonata D960 ( "L'attesa" è il secondo movlmento- andante sostenuto- ) 
Il secondo movimento  ( video )
Il secondo movimento  ( video )  nella versione per violoncello

martedì 12 dicembre 2017

Vento del Nord


"Qual buon convento ti porta", diceva spesso un mio compagno di lavoro; e non ho mai capito se diceva per scherzo o se invece fosse davvero convinto che fossero le parole giuste. Sta di fatto che quel "convento" con tutti i suoi frati dentro mi era simpatico e mi è rimasto attaccato, con il risultato che devo stare attento ogni volta che mi viene in mente quella frase, altrimenti sembra che la sbaglio anch'io e non è vero. Un vento buono che ti porta, perché c'è anche un vento cattivo e in questi giorni anche noi ne sappiamo qualcosa.


Tiepolo, angelo della fama


Nell'elenco dei venti buoni metto anche "Les Boréades" di Rameau, le Boreadi sono le figlie del vento, il vento del Nord per la precisione. L'opera viene rappresentata raramente, oggi, ma la suite da concerto è spettacolare ed è sempre molto eseguita. Buon ascolto, e buon - buon vento, e anche buon convento, perché no.
PS: qui per la suite intera.


domenica 10 dicembre 2017

Il Gelo, in musica


Nel "King Arthur" di Henry Purcell (1659-1695) re Artù si vede poco o niente; il testo, di John Dryden, è invece ricchissimo di situazioni e personaggi non usuali, oltre che di musica bella e piacevole. Qui a prendere la parola è nientemeno che il Gelo, lo Spirito del Freddo, evocato e sconfitto dall'Amore (Cupid). "Quale potere hai tu, che dal di sotto, contro la mia volontà e con lentezza, mi hai fatto alzare dal mio letto di neve perenne?"
"Riesco appena a muovermi" dice il Gelo, e riconosce la vittoria del dio più antico di tutti.
In musica, Purcell imita il gelo e i brividi di freddo; i lenti movimenti del Genio del Freddo sono chiaramente riconoscibili anche senza leggere il testo - sempre che ci sia un bravo cantante, s'intende, e anche un bravo direttore d'orchestra (non è sempre così, purtroppo). L'esecuzione che preferisco è quella del Deller Consort, il basso è Nigel Beavan (o forse Maurice Beavan)
PS: se vi sembra di aver già ascoltato questa musica, anche non conoscendo Purcell, probabilmente vi siete imbattuti in Michael Nyman, che ha arrangiato questa scena (e altre) senza avvertire che l'autore era in realtà un'altra persona.

(Robert Doisneau, 1960, New York)


4- atto terzo scena seconda -
THE FROST SCENE
Prelude
Osmond strikes the ground with his wand, the scene changes to a prospect of winter in frozen countries. Cupid descends.

CUPID

What ho! thou genius of this isle, what ho!
Liest thou asleep beneath those hills of snow?
Stretch out thy lazy limbs. Awake, awake!
And winter from thy furry mantle shake.


Prelude
Genius arises.

COLD GENIUS

What power art thou, who from below
Hast made me rise unwillingly and slow
From beds of everlasting snow?
See'st thou not how stiff and wondrous old,
Far unfit to bear the bitter cold,
I can scarcely move or draw my breath?
Let me, let me freeze again to death.
(Grant Wood, 1938)


CUPID

Thou doting fool forbear, forbear!
What dost thou mean by freezing here?
At Love's appearing,
All the sky clearing,
The stormy winds their fury spare.
Winter subduing,
And Spring renewing,
My beams create a more glorious year.
Thou doting fool, forbear, forbear!
What dost thou mean by freezing here?


COLD GENIUS

Great Love, I know thee now:
Eldest of the gods art thou.
Heav'n and earth by thee were made.
Human nature is thy creature,
Ev'rywhere thou art obey'd.